Forlì, svolta sui "divani puliti". La Procura: "Responsabili imprenditori italiani"
Forlì, svolta sui "divani puliti". La Procura: "Responsabili imprenditori italiani"
FORLI' - Torna alla ribalta la vicenda che mise alla berlina i rapporti tra aziende forlivesi e contoterzisti cinesi nel settore del mobile imbottito. La procura, nel chiudere le indagini ha fatto il "salto di qualità" e agli imprenditori italiani sono arrivati i capi di accusa anche per i reati classici dei subappaltatori cinesi, vale a dire il lavoro nero e la mancata sicurezza. E' la prima volta in Italia che gli inquirenti risalgono alle responsabilità dei committenti italiani.
In sostanza, tra imprenditori italiani e cinesi non c'era un rapporto esterno tra contoterzista e committente, ma tutti assieme avrebbero operato come un'unica "società di fatto", e quindi anche gli italiani sarebbero responsabili del mancato rispetto della normativa sul lavoro: è l'ipotesi innovativa che ha elaborato la Procura della Repubblica di Forlì per debellare la concorrenza sleale delle società cinesi, andando di fatto a colpire direttamente il committente italiano.
Nel territorio forlivese, a ridosso del distretto del mobile imbottito (divani e poltrone) si è da tempo formato un "distretto parallelo" cinese, che di fatto ha rimpiazzato molti operatori locali. Già nel 2007 la Squadra Mobile della Questura di Forlì effettuò una vasta operazione con una serie di perquisizioni in diversi laboratori cinesi e poltronifici italiani. La settimana scorsa, per quella vicenda, è stata notificata agli indagati la chiusura delle indagini, coordinate dal pm Fabio Di Vizio.
Negli atti emerge il "grimaldello" usato dalla Procura per scardinare lo strutturato sistema italiano-cinese finalizzato alla "turbata attività dell'industria" del mobile imbottito (articolo 513 del codice penale): per la prima volta in Italia- sostengono gli inquirenti- sono state ipotizzate vere e proprie società di fatto in cui le imprese cinesi altro non erano che società speculari ai salottifici italiani. Insomma, un'unione di intenti tale che era difficile capire dove terminava l'impresa italiana e dove iniziava quella cinese, col suo sistema di 'abbattimento dei costi' ritenuto illecito.
La questura di Forlì ha anche segnalato al ministero dell'Interno la particolare tecnica d'indagine, che potrebbe essere applicata in altri contesti simili. "Ci risulta che diverse aziende cinesi, proprio per l'effetto di questa pressione continua, si stiano allontanando dalla provincia di Forlì-Cesena, spostandosi in province limitrofe, per mantenere i contatti commerciali, oppure proprio in altre zone d'Italia", spiegano in questura. La concorrenza sleale italo-cinese, tuttavia, dilaga nel settore del mobile imbottito, e la realtà di illegalità "è ben più ampia da quanto scoperto nell'indagine arrivata a conclusione", continuano alla squadra mobile di Forlì.
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IO':
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mav:
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Roberto S:
Bisognerebbe considerare il lavoro nero come reato di schiavitù perseguibile penalmente con anni di reclusione...
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Sam:
un silenzio assordante, vero nervegna?










