Il film della settimana: "E venne il giorno"

Il film della settimana: "E venne il giorno"

La locandina del film "E venne il giorno"

I registi che lavorano per le major devono spesso uniformarsi a un gusto unico, unificato, industriale. Se preferiscono suonare la propria canzone e farsi seguire dal pubblico devono rimanere bloccati nello stereotipo di successo. Perché l'evoluzione potrebbe non essere accettata dalle moltitudini e dai botteghini.

 

Esemplifico. Incasso worldwide in milioni di dollari: Il sesto senso (Disney, 1999) 673, Unbreakable (Disney, 2000) 248, Signs (Disney, 2002) 408, The Village (Disney, 2004) 256, Lady in the water (WB, 2006) 73.

Si, parliamo di Manoj Nelliyattu Shyamalan.

 

La leggenda, che ha in gran parte aiutato a costruire, parla del giovane figlio di una stirpe di medici cresciuto nel cuscino di burro degli States, Philadelphia, la città dell'amore eterno. Parla del piccolo bambino che fa i filmini con il super8 regalato dai genitori, che poi sono costretti a produrgli il primo film. E lui mette un pezzetto dei suoi filmini da bambino in ogni suo film. E appare, in cammei più o meno grandi (è solo voce nel prossimo "The happening", aveva un ruolo attoriale a tutto tondo nel penultimo "Lady in the water") in tutti i film. E la Warner lo strappa al contratto di ferro con Disney probabilmente su richiesta di Miss Rowlings ma lui rifiuta ogni allergia gabbana, rifiuta anche il quarto Indiana, gira una favola in un condominio con piscina che lo fa precipitare sotto i colpi dei critici che aspettavano solo che si aprisse uno spazio nella corazza.

 

Ma Shyamalan è andato per la sua strada, facendosi produrre dalla Fox il nuovo film, tradotto in italiano come E venne il giorno. La storia è come al solito un misto di originalità e inquietudine. In tutto il pianeta, alcune piante iniziano a rilasciare nell'aria delle neurotossine che spingono al suicidio le persone che le respirano. Una coppia da tempo afflitta da problemi deve cercare di sfuggire a questa apocalittica epidemia.

 

C'è chi accosta Shyamalan ai critici del genere umano, ai seguaci dell'ambientalismo più sfrenato. E nel nuovo film potranno trovare conferme a questa loro tesi.

Altri lo considerano un apologeta della paura, usata però per eccitare il desiderio dello spettatore o per metaforizzare una società contemporanea che non è criticabile con i termini normali.

 

La particolarità del regista indiano, che lo fa preferire a tutti quelli della sua generazione, e invita a rischiare una serata e 7 euro per vedere se è riuscito a tornare ad un linguaggio più comprensibile agli spettatori "normali", è il suo cercare di incidere sulle paure profonde dello spettatore (la morte, il rapporto con sé stesso, il ruolo dell'alieno, la crisi della comunità in quanto chiusa).

 

In questa progressiva decostruzione i fatti dell'11 settembre hanno agito su Shyamalan (che ha anche scritto quella strana accettazione dell'infinito e dello sconosciuto che è "Stuart little") come un maglio, mettendo come principale chiave di lettura la comunità umana. L'attore celebre - e da Willis a Gibson a Giamatti gli esempi sono svariati - è stata una variabile che non ne ha mai terremotato l'autorialità. Shyamalan è l'autore più forte che gli Stati Uniti abbiano espresso tra gli under 40, anche più di Paul Thomas Anderson. Il film che esce in tutto il mondo a metà giugno è un momento decisivo per vedere se la dichiarazione precedente è qualcosa di più di una sparata di inizio estate.

 

Ilario Gradassi

(da Xploitation di Giugno)

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