Quale politica per uscire dalla crisi?
Quale politica per uscire dalla crisi?
La crisi che stiamo attraversando ci dimostra quotidianamente come sia impensabile uscire da una situazione di questa gravità senza una stretta sinergia tra intervento pubblico e privato. Lo abbiamo visto bene nei mesi scorsi e ora è necessario mantenere quell'impostazione, orientando però la rotta.
Il 2009, infatti, è stato l'anno della difesa e della resistenza, in cui l'azione pubblica ha puntato principalmente a contenere gli impatti della crisi sul sistema bancario. Le piccole imprese, da parte loro, hanno resistito caparbiamente, senza scaricare sui dipendenti il prezzo delle difficoltà. Il 2010, però, deve essere l'anno in cui si organizza la reazione, l'anno del riposizionamento competitivo, in cui si esce dalla trincea per ricominciare a combattere sul mercato. Servono ora interventi strutturali che vadano al di là dell'emergenza dettata dalla crisi e che partano da quelli che sono i ritardi ormai cronici del nostro sistema nazionale. Soprattutto nelle aree forti del paese abbiamo interi settori produttivi in grandissima difficoltà: dalle grandi filiere della metalmeccanica ai trasporti, dall'edilizia ai mobili per la casa. Ma va detto che tutti i comparti sono stati colpiti. Basti pensare che nell'ultimo trimestre del 2009 c'è un saldo negativo fra imprese nate a chiuse di 16 mila, ovvero il 3,7 per cento in meno. Se si considera che tra il 2006 e il 2007 c'era stato un aumento record nel saldo di nuove imprese del 3,5 per cento, è come dire che gli ultimi tre mesi si sono mangiati i progressi fatti in precedenza in un intero anno.
Come abbiamo detto, ora bisogna reagire. Le risorse ci sono, a partire dai circa 1,9 miliardi di euro provenienti dallo scudo fiscale. Riguardo a questo la posizione di CNA è inequivocabile: non crediamo alla frammentazione delle risorse disponibili in microinterventi, volti ad accontentare le diverse categorie economiche e i singoli settori industriali. Ora serve un disegno strategico. Occorre guardare oltre l'immediato e mettere in atto manovre destinate a creare uno sviluppo duraturo. Bisogna dar vita a una nuova politica industriale.
Attualmente la mancanza di una linea di indirizzo strategico nazionale fa sì che lo sviluppo sia affidato all'intuito e all'iniziativa dei singoli imprenditori. Ora però serve un'assunzione di responsabilità politica nel definire il modello di sviluppo del paese per il prossimo decennio: un progetto che, tenendo conto dell'evoluzione delle economie mondiali, sappia individuare e valorizzare i nostri punti di forza trasformandoli in vantaggi competitivi per il futuro. Il fulcro di questo progetto non può che essere la valorizzazione del made in Italy, declinato nelle sue diverse sfaccettature: dal turismo, all'enogastronomia, al design, alla moda e in generale alla produzione di alta gamma.
Ma è un discorso che va oltre: puntare sul turismo significa anche potenziare la mobilità e i servizi, prenderci cura del nostro patrimonio artistico e culturale, dei centro storici, dell'ambiente e del territorio in generale. Valorizzare lo stile di vita italiano significa vendere cibo, moda e abitare. È evidente quindi la necessità di un progetto di ampio respiro e adeguatamente articolato, che goda della più estesa condivisione sociale, su cui concentrare risorse e far convergere le responsabilità dei diversi livelli istituzionali. Con la consapevolezza che, dalla crisi, l'Italia può uscire soltanto tutta insieme.
Paola Sansoni
Vicepresidente Provinciale CNA





Commenta