ARCHEOLOGIA - A Castelfranco Emilia l�iconografia del sacro e culti privati romani

ARCHEOLOGIA - A Castelfranco Emilia l’iconografia del sacro e culti privati romani

BOLOGNA - L’amuleto a forma fallica e l’ornamento con Giove Ammone, la lucerna con l’immagine di Apollo e quella con il busto di San Pietro, la gemma magica e la testa di Ercole. C’è quasi un millennio di storia nei 180 pezzi -alcuni esposti per la prima volta, molti abitualmente conservati nei depositi- protagonisti della mostra “Immagini divine”, al via al Museo Civico Archeologico di Castelfranco Emilia dal 15 dicembre 2007. Un viaggio serissimo tra quegli oggetti che rappresentano le varie manifestazioni della religiosità familiare, popolare e popolaresca al tempo dei Romani, excursus originale e spesso curioso tra gli aspetti direttamente legati alla sfera privata e alle credenze individuali, più che ai rituali dei culti ufficiali.


Un’esposizione che, pur nella sua scientificità, punta l’attenzione sugli aspetti più inusuali della vita dei romani, offrendo un quadro molto più comprensibile di quello tradizionalmente presentato. Immagine esemplare è quella di un dominus che di giorno assiste togato e impettito ai riti pubblici e di notte fa le corna e getta fave negli angoli bui per proteggere casa e famiglia dai fantasmi irrequieti di spiriti e defunti errabondi: due facce della stessa medaglia e due aspetti che necessariamente coesistevano nella vita di tutti i giorni.


La mostra espone reperti archeologici provenienti da 21 musei dell’Emilia-Romagna e San Marino. Nove sezioni che spaziano dai culti domestici al rapporto tra politica e religione, dalle divinità di casa a quelle venute da lontano, in un percorso che passando anche per la magia e la superstizione approda all’affermazione, con il cristianesimo, di un unico Dio. Tra i tanti simboli di un panorama così variegato, la statuetta di Ecate triforme e la falera di Giove Ammone -divinità straniere e diversissime tra loro- offrono un esempio dell'integrazione religiosa conseguente all’espansione dell'impero romano mentre la testa eburnea di Ercole o l’Afrodite accovacciata - reperti di notevole qualità artistica e materiale- indicano il grado di raffinatezza raggiunto anche nei piccoli oggetti domestici e la volontà dei padroni di casa di circondarsi di oggetti di notevole pregio sia per il proprio gusto che per l'ostentazione pubblica. Le gemme magiche e gli amuleti fallici testimoniano un modo di vivere la religiosità che si affida anche a pratiche particolari e a protezioni garantite da oggetti, riti e formule magiche; le statuette dell’Ercole ebbro e dell’Orfeo che suona la cetra indicano nell’aspirazione al buon vivere la "soluzione" per una vita piacevole, lontana dagli affanni del lavoro quotidiano. I tempietti della nave di Comacchio, un unicum archeologico, sono i testimonial dei culti domestici e la lastra di Atena e Vittoria su globo, simboli del potere centrale, attestano come le immagini servissero a veicolare il messaggio politico. La mostra si chiude sulla sezione dedicata al tramonto del paganesimo e all’avvento del monoteismo: le immagini cambiano soggetto, su ciondoli e lucerne appaiono chrismón (l’intreccio tra le lettere greche X e P, iniziali della parola Cristos), croci, colombe, pavoni, persino un busto di San Pietro decorano ciondoli e lucerne, diffondendo la nuova religione e dichiarando al tempo stesso l’appartenenza al nuovo credo cristiano.


Quando, nel 268 a.C., i coloni romani si affacciano nella Valle Padana per fondare Ariminum, si trovano di fronte un territorio con una popolazione molto composita, formata da diverse tribù galliche sopra un substrato umbro-etrusco, con tradizioni, e quindi con credenze religiose, molto varie. Gli stessi coloni hanno peraltro origini variegate: ad una prevalenza di latini si uniscono sabini, campani e quanto offre il panorama esistente a Roma, già città multietnica. La tradizione religiosa romana portata dai colonizzatori coniuga quindi una religione pubblica, codificata per quanto riguarda i riti, ed una religiosità privata, collegata alle tradizioni popolari e familiari, molto più variata e difficile da precisare, anche per la quasi assoluta mancanza di fonti relative.


La religione romana è sempre stata caratterizzata da una notevole recettività. Le divinità tradizionali incorporano gli dei delle popolazioni conquistate, assumendone le caratteristiche anche in modo sincretistico; allo stesso modo vengono accettate nuove divinità e nuovi culti, assimilando innumerevoli manifestazioni religiose, a meno che queste non mettano in pericolo l’ordinamento dello Stato, che in ogni caso presiedeva e controllava gli aspetti pubblici del culto; le manifestazioni private erano più libere e come tali più difficili da identificare e interpretare, almeno dal punto di vista archeologico.


L’esposizione, posta sotto il patrocinio del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, è organizzata dal Museo Civico Archeologico di Castelfranco Emilia in collaborazione con la Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Emilia-Romagna, le Università degli Studi di Bologna e Ferrara e l’Istituto per i Beni Artistici, Culturali e Naturali della Regione Emilia-Romagna. Mostra e catalogo sono curati dal professor Jacopo Ortalli dell’Università di Ferrara e dalla direttrice del museo Diana Neri.


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