Biosimilari: Emilia Romagna tra le regioni più virtuose per consumo

Il 9 maggio, a Bologna, corso formativo per clinici e farmacisti ospedalieri

Con una quota di mercato pari al 62,4%, l’Emilia Romagna si distingue come una delle realtà regionali più virtuose in Italia per il consumo di farmaci biosimilari, con un risparmio per il Servizio Sanitario Regionale che ammonta a oltre 10 milioni di euro. A questa particolare categoria di medicinali è dedicato l’evento “La nuova era dei biosimilari”, in programma martedì 9 maggio a Bologna, presso il Royal Hotel Carlton. Organizzato con il patrocinio della Fondazione Italiana Linfomi Onlus e con il contributo non condizionato di Mundipharma, l’incontro è rivolto a clinici e farmacisti ospedalieri.
 
I biosimilari sono farmaci biotecnologici sovrapponibili, in termini di qualità, sicurezza ed efficacia, a un medicinale biotech già autorizzato, ma introdotti sul mercato a un prezzo inferiore, dopo la scadenza del brevetto del corrispondente biologico originale, e a seguito di severi iter registrativi. I medicinali biotecnologici, prodotti da organismi viventi attraverso complessi processi produttivi, hanno cambiato la storia naturale di molte patologie, ma il loro costo elevato ne ha limitato l’utilizzo. In tale contesto, i biosimilari rappresentano un’importante opportunità per coniugare appropriatezza terapeutica e sostenibilità dei Sistemi Sanitari: i risparmi ottenibili, infatti, consentono di liberare risorse per l’acquisto di medicinali innovativi e di ampliare così l’accesso dei pazienti alle cure.
 
“In Italia i primi farmaci biosimilari sono arrivati quasi 10 anni fa – commenta Pier Luigi Zinzani, Professore Associato in Ematologia presso l'Istituto di Ematologia ‘Seràgnoli’ Università di Bologna - e ad oggi si utilizzano in diverse aree terapeutiche, tra cui ematologia, oncologia, reumatologia e gastroenterologia. Questi farmaci vengono approvati dalle agenzie regolatorie dopo aver superato numerosi test di qualità, prove cliniche e non, pertanto una volta immessi in commercio viene garantito un profilo di sicurezza ed efficacia comparabile al prodotto di riferimento”.
 
All’interno del contesto italiano, in cui l’utilizzo dei biosimilari si sta diffondendo a macchia di leopardo, con un’ampia disomogeneità regionale determinata dall’adozione di strumenti di indirizzo molto diversi, l’Emilia Romagna rappresenta un esempio virtuoso, con una quota di mercato complessiva di questi farmaci superiore al 60%. L’ultima normativa3, emanata dalla Commissione Regionale del Farmaco, raccomanda l’uso dei biosimilari nei pazienti naÏve. Per quanto riguarda, invece, i soggetti già in trattamento con un prodotto biotecnologico (originale o biosimilare che sia), la Commissione ritiene che la sostituzione del farmaco debba essere decisa dal clinico caso per caso, fermo restando che, nell’ottica di un migliore utilizzo delle risorse, deve essere valutata la possibilità di passare dal medicinale di riferimento al biosimilare, attraverso una condivisione con il paziente. L’Emilia Romagna è, inoltre, una delle poche realtà regionali che ha fornito indicazioni anche sulle procedure d’acquisto da seguire per originator e biosimilari, prevedendo gare a lotto unico, al fine di favorire il confronto concorrenziale tra i diversi produttori.
 
“In Emilia Romagna è stato avviato un percorso condiviso con i professionisti di diverse discipline, per le quali oggi sono disponibili farmaci biosimilari, al fine di trovare insieme le migliori strategie che garantiscano ai cittadini l’appropriatezza terapeutica, al clinico la libertà prescrittiva e agli enti pubblici la sostenibilità economica”, spiega Cristina Puggioli, Direttore Farmacia Clinica dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria Policlinico S.Orsola-Malpighi di Bologna. “Non dimentichiamo che l'equilibrio della spesa farmaceutica, e di conseguenza di quella sanitaria, dipende in larga misura dalla capacità di sfruttare la leva offerta dalla presenza dei biosimilari. È inconfutabile, infatti, che i risparmi indotti da questa categoria di medicinali, unitamente ad adeguate politiche per l’appropriatezza, risultino essenziali per una sanità più sostenibile e per liberare risorse da poter reinvestire in nuove cure. Ciò si traduce nella possibilità di offrire a un maggior numero di pazienti, rispetto a quanto accadeva in precedenza, l’accesso all’innovazione”.

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