Cesena, calano i nuovi casi di Aids, ma non bisogna abbassare la guardia

Cesena, calano i nuovi casi di Aids, ma non bisogna abbassare la guardia

Cesena, calano i nuovi casi di Aids, ma non bisogna abbassare la guardia

Prevenzione e conoscenza per proteggere la propria vita da una malattia che si può curare, ma dalla quale non si può ancora guarire. Sono queste le due armi che il dottor Stefano Brighi, responsabile dell'unità operativa Malattie Infettive dell'Azienda Usl di Cesena, consiglia in occasione della XXIII Giornata mondiale contro l'Aids, in programma mercoledì 1 dicembre 2010. Anche a Cesena i casi sono in calo.

 

In Italia, dal 1982, anno di inizio dell'epidemia, a oggi, sono stati segnalati oltre 62.000 casi di Aids conclamato: dopo il picco del 1995, con 5.500 casi di Aids segnalati, l'incidenza della malattia conclamata sta diminuendo (nel 2008 i casi sono stati 1.330). Anche a Cesena, dal 2006 al 2009, i nuovi casi di Aids sono progressivamente diminuiti, passando rispettivamente dai 7 e 10 casi del 2006 e 2007 ai 5 e 3 casi del 2008 e 2009.

 

"Sono dati, però, da leggere con attenzione - avverte il dottor Brighi - per evitare di sottovalutare il pericolo di una malattia ancora largamente diffusa. La diminuzione dei casi di Aids è infatti il frutto diretto del progressivo uso di terapie antiretrovirali combinate, introdotte in Italia dal 1996, che prolungano la sopravvivenza e riducono la mortalità. Se da un lato tali terapie hanno sensibilmente migliorato le condizioni del paziente, contribuendo a trasformare l'Aids in una malattia cronica, dall'altro rischiano di far abbassare il livello di guardia nei confronti di una malattia dalla quale oggi ancora non si può guarire".

 

In linea con quanto accade a livello nazionale, anche a Cesena i pazienti hanno acquisito l'infezione prevalentemente per via sessuale (60 casi su 61 in totale); solo in un caso il virus è stato trasmesso per via endovenosa legata alla tossicodipendenza.

 

"Ciò dimostra come l'Aids stia diventando per certi versi una malattia ancora più insidiosa che in passato - sottolinea il dottor Brighi - a causa di una percezione e di alcune convinzioni errate diffuse tra la popolazione. Il profilo della persona sieropositiva si è radicalmente modificato negli ultimi dieci anni. Oggi la trasmissione per via sessuale (74% di tutte le segnalazioni nel 2008) è divenuta la più frequente modalità di contagio e il rischio eterosessuale coinvolge la quasi totalità della popolazione sessualmente attiva che non percepisce il rapporto sessuale non protetto come sufficientemente a rischio, in particolare se si tratta di persone di età matura. Il giovane tossicodipendente attivo, che era il soggetto in origine più rappresentato in tutte le casistiche nazionali, costituisce oggi un'assoluta minoranza".

 

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