Cesena, Sapro. Di Placido (Pri): "La politica ammetta i suoi errori"

Cesena, Sapro. Di Placido (Pri): "La politica ammetta i suoi errori"

CESENA - Non siamo tra coloro che pensano che gli avvisi di garanzia risolveranno la vicenda Sapro, cosiccome non siamo tra gli entusiasti sostenitori della teoria del fallimento della Società.

Di più, stupisce che qualche amministratore pubblico proponga di gettare via il bambino con l'acqua sporca, magari per far ricadere colpe sui suoi predecessori, e fare così la parte del pseudo-paladino del buon governo.

 

Accertare le eventuali responsabilità degli Amministratori? Certamente, ci mancherebbe altro, ma non per voler cercare colpevoli a tutti i costi, facendo passare la politica come la vittima di una mala-gestione effettuata a sua insaputa.

 

Sono degli inizi del 2009 dichiarazioni dell'allora vice-Sindaco del Comune di Forlì del tenore "Siamo preoccupati, ma non c'è alcun rischio di fallimento per Sapro....Il Consiglio ci sta tenendo informati e non ci sono particolari problematicità", seguite dalle lettere di patronage (una sorta di garanzia) ufficializzate dai Comuni di Forlì e Cesena, che ora rischiano di cadere come una pesante mannaia sui rispettivi bilanci.


Dai documenti del consiglio di amministrazione di Sapro, una sorta di cronistoria dell'ultimo decennio, balza subito agli occhi, per fare l'esempio del Comune di Cesena, che nel corso degli anni chi lo ha rappresentato all'interno di Sapro risponde al nome di Preger arch. Edoardo, Andreucci, avv.to Giorgio, Belli, geom. Leonardo, Gasperoni dott. Lorenzo, ovvero Sindaci, Vice-Sindaci o Assessori delle giunte che hanno amministrato la città. Le stesse Associazioni di categoria erano molto ben rappresentate.


Come volevasi dimostrare: la politica ha decisamente sottovalutato quelli che erano i problemi di Sapro e che si andavano gonfiando nel corso degli anni. Non si arriva ad un indebitamento di 100 milioni di euro a causa del destino cinico e baro, e nemmeno si può addossare la responsabilità solamente alla crisi globale che ha investito anche il nostro territorio.

 

Occorre, peraltro, precisare che i 100 milioni di debito con le banche sono pressochè tutti ipotecari e che le stesse prima di elargire i finanziamenti hanno certamente fatto valutare i beni dati in garanzia.

 

Non vorremmo, tuttavia, che qualcuno dimenticasse le divergenze strategiche che hanno colpito Sapro, vista da alcuni come una società immobiliare e da altri come una società di servizi, in una parabola che l'ha portata da azienda di urbanizzazione industriale (comprare aree, urbanizzarle e rimetterle sul mercato a prezzi più bassi di quelli di mercato) ad un'azienda a cui sono stati affidati nel tempo interventi più "pubblici", con investimenti pesanti e tempi di ritorno più lunghi, come la scelta di urbanizzare aree industriali nelle vallate pur in assenza di una vera e propria domanda o acquisire aree a vocazione non produttiva.


Gli enti soci, se da una parte reclamavano nei confronti dei CdA una maggiore snellezza nella gestione e un maggiore impegno nello svincolare i terreni di proprietà, dall'altra (e ce ne sono prove lampanti), chiedevano continuamente con insistenza che nuovi terreni e nuove lottizzazioni venissero inseriti all'interno del "portafoglio", creando quello che è stato uno dei problemi fondamentali, e cioè che Sapro è piano piano uscita da quella che era la sua mission iniziale, dovendo prendere in considerazione anche vocazioni che non erano prettamente industriali per rispondere alle pressanti richieste degli enti soci.

 

E se così è stato, come è possibile che la politica non debba fare un profondo esame di coscienza su questa vicenda e sulla sua gestione?

Come è possibile risolvere tutto con l'incapacità degli amministratori, quando questi ultimi erano spesso alta espressione della proprietà?

 

Quale immagine di politiche integrate di area se ne ricava, quando a Cesena il Sindaco giustamente afferma che il fallimento è una iattura, che bisogna mettere in moto tutte le azioni perché esso venga evitato, mentre a Forlì, 16 chilometri di distanza, ci sono posizioni diametralmente opposte, che fanno peraltro riferimento alla stessa maggioranza politica?

Come poteva funzionare correttamente Sapro, in un clima come questo?

 

Come Repubblicani avevamo cominciato in tempi non sospetti a segnalare queste pericolose anomalie, adesso chiediamo scelte che non sfuggano le pesanti responsabilità della politica e che aprano una nuova stagione di politiche urbanistiche e territoriali.

 

Gli oltre 100 milioni di debiti di Sapro sono una spada di Damocle che pende sul capo di tutti. Anche per questo Sapro non può fallire. 


Quei 100 milioni di euro cadrebbero come una mannaia sugli enti soci e su un sistema bancario locale che, inevitabilmente, farebbe ricadere la medesima mannaia sui correntisti, sulle imprese, sulle necessità di indebitamento dei Comuni. 


I terreni ancora nelle disponibilità di Sapro, in caso di fallimento, rischierebbero di diventare un cerino acceso nelle mani degli istituti bancari i quali, pur di realizzare e rientrare almeno parzialmente della loro esposizione, potrebbero dare vita, seppure involontariamente, ad una spirale speculativa e distorsiva del mercato: terreni a prezzi più bassi, con qualche disinteressato "salvatore della patria" pronto ad acquistarli, magari ponendo come condizione modifiche ai piani o alle destinazioni esistenti.

 

Si è scelta la via della liquidazione volontaria, come conseguenza del rigetto dei piani di rientro da parte del Tribunale: ebbene, si utilizzi la massima trasparenza e si coinvolgano tutti gli attori, senza che la cosa diventi una partita esclusivamente interna ai partiti che governano il nostro territorio

 

Sarebbe un errore pensare che il problema sia solamente quello del debito dei 100 milioni di euro: in realtà il problema è il sistema che ha creato quel debito, e la sua scarsa dimestichezza a leggere le esigenze delle nostre realtà. 

 

Luigi Di Placido

Capogruppo PRI in Consiglio Comunale

 

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