Chi ha ucciso Marco Pantani?

Chi ha ucciso Marco Pantani?

CESENATICO - Chi ha ucciso Marco Pantani? Non lo sapremo probabilmente mai. Perché il 14 febbraio del 2004 è scomparso un campione che già cinque anni prima aveva subito un colpo letale: l'esclusione dal Giro d'Italia a Madonna di Campiglio. A tentare di dare una risposta ad uno tra i quesiti più inquietanti della storia sportiva mondiale, ci hanno provato venerdì sera al Palazzo del Turismo di Cesenatico alcuni dei principali giornalisti italiani di ciclismo: Pier Bergonzi (Gazzetta dello sport), Beppe Conti (Tuttosport), Alessandra De Stefano (Raisport), Gianfranco Josti (ex Corriere della Sera) assieme all'inglese Matt Rendall e al francese Philippe Brunel (Equipe).

Ciascuno di loro ha portato la propria testimonianza e offerto una propria chiave di lettura sulla morte del Pirata. Diversi sono i punti di vista, ma comune è quello di partenza: il crollo del mito è cominciato quel 5 giugno del 1999 a Madonna di Campiglio. Marco Pantani, già in maglia rosa e destinato ad un 'comodo' trionfo, viene espulso dal giro d'Italia per ematocrito alto. Comincia una odissea per il Pirata, che può essere definito (lui sì con ragione, a differenza di altri) un perseguitato giudiziario: sette procure lo indagano, mai nessun uomo sportivo era stato torchiato in questa maniera.

"La più grande ingiustizia è stata quella di Montecatini – ha detto Beppe Conti – dove nella stanza d'albergo di Pantani venne a posteriori trovata una siringa, ancora sigillata, che costò a Marco la condanna a 9 mesi di squalifica". Marco Pantani, ha ricordato Pier Bergonzi, "è l'unico sportivo indagato e condannato per una legge che non doveva neppure essere applicata. Il Pirata non è morto solo quella sera, è morto tante altre volte". E' morto a Madonna di Campiglio, è morto quando è stato escluso dal Tour, è morto quando non si attendeva altro che il momento giusto per parlar male di lui. Un vortice diabolico lo ha travolto e lo ha spinto all'isolamento, a chiudersi in sé stesso. "Non si fidava più di nessuno – ha gridato la madre Tonina -. E' stato ucciso dalla tv e dai giornali".

Almeno una domanda sorge spontanea: perché mentre il campione simbolo del ciclismo, colui che ha reso riportato ai fasti di un tempo lo sport del pedale, è investito da una autentica bufera, della Federazione ciclistica italiana (ossia dell'istituzione che governa il movimento ciclistico in Italia) non si vede traccia? In realtà secondo la ricostruzione di mamma Tonina non è così. Anzi, si mossero addirittura i massimi vertici della Fci. "Non ho mai visto nessuno venire a casa sua per incoraggiarlo a tener duro, a non mollare – ha detto Tonina -. Vennero invece Cerruti e Camporesi (presidente e vice presidente della Fci all'epoca, ndr) per chiedergli di dire pubblicamente che si dopava. Marco si oppose perché sapeva che sarebbe stato lasciato solo da tutti". Non pronunciò quelle parole e venne definitivamente abbandonato.

Ma se neppure la Federazione gli fu vicino, perché almeno i colleghi non lo sostennero? "Il problema è un movimento che non esiste – ha osservato Alessandra De Stefano – perché bastano due minacce per spingere tutti ad andare nella direzione indicata. Nel 1998 al Tour, dopo lo scandalo Festina, Marco Pantani era in maglia gialla ma si disse pronto ad abbandonare la corsa assieme ai corridori che protestavano". Ciò nonostante si ripartì, sotto le pressioni dei direttori sportivi che minacciavano di non pagare più lo stipendio.

A introdurre una questione particolarmente 'calda' nel dibattito è stato però il giornalista francese Philippe Brunel. "E' complicato per la stampa italiana parlare del Giro d'Italia come lo è per me scrivere del Tour de France – ha premesso il giornalista, considerato il numero nel settore -. Occorre però ricordare che la Federazione ciclistica italiana era sponsorizzata dalla Mapei, guidata dal signor Squinzi. Un personaggio che io non conosco molto bene personalmente, ma che fece di tutto per riuscire ad avere Pantani nella sua squadra". Marco Pantani, era l'agosto del 1998, declinò l'offerta: 15 miliardi di vecchie lire in tre anni. A confermarlo è stato lo stesso Giuseppe Martinelli, che a quei tempi era il direttore sportivo di Pantani nella Mercatone Uno. "Devo confermare che la Mapei voleva Pantani? – si è chiesto Martinelli, presente in sala – Sì, lo voleva e ci fu un colloquio in agosto. Marco aveva il contratto in scadenza, con noi non aveva ancora rinnovato l'accordo. Declinò l'offerta di Squinzi e decise di restare con il suo gruppo".

I maligni danno a questo 'gran rifiuto' del Pirata un forte peso. "A Foggia nel 1999, durante il Giro d'Italia, ci fu una grossa polemica tra Pantani e la Mapei", ha ricordato Brunel lasciando poi la parola ad Alessandra De Stefano che ha spiegato l'episodio. Quel giorno si svolsero i controlli del Coni per la campagna "Io non rischio la salute". Non erano i classici controlli antidoping del Giro, ma controlli non obbligatori e non validi ai fini della corsa. Gran parte del gruppo si oppose e molti corridori fecero pressione su Pantani affinchè si facesse portavoce delle istanze dei colleghi. Pantani ("che aveva un fortissimo spirito corporativo", ha ricordato Brunel) difese pubblicamente le ragioni del gruppo; ma tre squadre decisero di sottoporsi a questi controlli. Tra queste la Mapei, formazione nella quale correva Andrea Tafi.

Nel successivo 'Processo alla tappa' dopo l'arrivo della corsa a Lanciano, ci fu un aspro scontro tra Pantani e Tafi proprio su questo. "La Mapei e' favorevole ai controlli, si puo' discutere sulla modalita', ma non sulla sostanza", disse Tafi. Pantani replicò così: "Oggi dicevi una cosa diversa. Non parli con la tua testa, ma esprimi la linea della società". Il Pirata chiarì la posizione dei suoi colleghi: se i corridori verranno controllati nuovamente andranno a casa. Era il 21 maggio del 1999. Quindici giorni più tardi, sabato 5 giugno a Madonna di Campiglio, prima della penultima tappa (la 'sua' tappa con il 'suo' Mortirolo) Marco Pantani viene escluso dal Giro. I controlli antidoping disposti dall'Uci (l'Unione ciclistica internazionale) ma gestiti dalla Federciclo ("sponsorizzata dalla Mapei", come è stato detto durante la serata) rilevano un tasso di ematocrito superiore alla norma. 50 era la soglia, 52 il valore nel sangue del Pirata.

Qualcosa sembra sfuggire alla logica. "Marco Pantani la sera prima era tranquillissimo – ricorda Pier Bergonzi – sapeva dei controlli ma era molto sereno. Scherzava con i compagni di squadra e si concedeva a tutti. Marco è andato a letto con 46 di ematocrito". E proprio il giorno successivo, il 5 giugno, si sarebbe corsa la penultima tappa, quella che avrebbe portato i corridori a scalare gli epici Gavia e Mortirolo, quella che avrebbe incoronato il 'Pelato' di Cesenatico. Viene da chiedersi perché Pantani avrebbe dovuto doparsi proprio quella mattina. Fatto sta che il 5 giugno del '99 Marco Pantani quando scese la scalinata dell'Hotel Touring nel quale alloggiava, non era più un corridore del Giro. I suoi occhi erano glaciali. Le sue prime parole, dette a caldo, nella concitazione del momento e tra la calca dei giornalisti, lasciano ancora sconcertati, pur a quasi sette anni di distanza. "Dopo una lezione di questo tipo – disse -, anche a malincuore devo dire che, se succede questo ad uno sportivo come me che ha dato tanto a questo sport, c'e' da pensare... avevo gia' la maglia rosa, avevo 46 di ematocrito e oggi mi sveglio con questa sorpresa... credo che c'e' qualcosa sicuramente di strano".

Ad Aprica, dove il Giro arrivò quel giorno senza la maglia rosa (Paolo Savoldelli, 2° in classifica, si rifiutò di indossarla per rispetto verso il Pirata) il patron della Mapei, Squinzi, indossava un'altra maglia. "Fu molto squallido – ha ricordato Beppe Conti – vedere Squinzi indossare la maglia 'Io tifo Tafi', vista la polemica che c'era tra Pantani e Tafi e il clima che si respirava".

Da quel 5 giugno del 1999 lo sport non fu più lo stesso. Fu un episodio drammatico, che gettò acqua sul fuoco della passione che stava divampando in ogni angolo d'Italia. Marco Pantani era il campione dello sport italiano per eccellenza. Era lo sportivo più amato, l'uomo simbolo, l'unico capace di oscurare nelle prime pagine dei grandi giornali il ricco e pluricelebrato mondo del calcio. Il ciclismo era il Pirata, punto. Tutto il resto veniva in secondo piano. Un dato di fatto di primaria importanza per dare una lettura della morte del campione più amato. Insomma, ogni riflettore era puntato su di lui ed era troppo per non creare qualche fastidioso prurito, soprattutto in chi da tempo era abituato a muoversi nel mondo del ciclismo come un sovrano assoluto.

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