Forlì, Giorno del Ricordo con le testimonianze degli esuli

Forlì, Giorno del Ricordo con le testimonianze degli esuli

Edda Marchese

Riverberi forlivesi del "Giorno del Ricordo" 2011. Il capoluogo romagnolo ripropone una serie di iniziative a ricordo delle vittime delle foibe, dell'esodo giuliano-dalmata e delle vicende del confine orientale. L'evento culminante sarà la deposizione di una corona d'alloro alla tabella stradale con il toponimo Via Martiri delle Foibe, in programma giovedì 10 febbraio alle 11.30, alla presenza del sindaco Roberto Balzani. La testimonianza di Arpad Bressanello e Edda Marchesi.

 

Domenica 13 febbraio, alle 10, la Sala Randi, in via delle Torri 13, ospiterà "Memorie a confronto", pubblica testimonianza di Arpad Bressanello e Edda Marchesi, entrambi esuli da Fiume (l'attuale Rjieka), con interventi di studiosi del periodo e dibattito finale, il tutto coordinato dall'assessore comunale alla Pace e ai Diritti Umani Katia Zattoni. Il trattato di pace di Parigi del 10 febbraio 1947, che tolse all'Italia, paese aggressore uscito sconfitto dalla Seconda Guerra Mondiale, 9.953 chilometri quadrati di territorio, fra cui gran parte della Venezia Giulia, tutta l'Istria, l'enclave di Zara, le isole di Cherso e Lussino e la città di Fiume, fu solo l'apice di una tragedia che, dal 1943 al 1957, vide la fuga irreversibile di circa 350 mila residenti di lingua e cultura italiana. Pezzo forte delle milizie jugoslave, comandate dal partigiano comunista Josip Broz detto Tito, ma armate militarmente dagli anglo-americani, fu l'infoibamento: si calcola che nelle cavità naturali dell'Istria, profonde anche centinaia di metri, siano stati gettati, spesso ancora vivi, dai 5 agli 11 mila italiani. Nelle foibe non finirono solo fascisti e collaborazionisti del regime mussoliniano, ma anche antifascisti notori, colpevoli di non accettare i disegni annessionistici jugoslavi.

 

Come ha dichiarato nel 2007 il presidente della Repubblica Italiana Giorgio Napolitano: "...in quelle terre, nell'autunno del 1943, si intrecciarono giustizialismo sommario e tumultuoso, parossismo nazionalista, rivalse sociali e un disegno di sradicamento della presenza italiana da quella che era, e cessò di essere, la Venezia Giulia". Dal 1946 Forlì è diventata la nuova "patria" per almeno 50 esuli istriani e giuliano-dalmati, circa 400 persone in tutta la provincia. Fra loro anche Arpad Bressanello e Edda Marchese. Bressanello, classe 1914, per 25 anni funzionario prefettizio a Forlì, di quella fuga da Fiume nell'agosto 1946, con la moglie incinta e il figlioletto Carlo di 5 mesi, conserva solo dolore. Non si ripeté la follia di Bologna, dove alcuni comunisti ideologicizzati lanciarono pietre e sassi contro il treno dei profughi, impedendone la sosta in stazione, ma neppure l'approdo a Forlì fu dei migliori: "Fummo accolti con fischi e sputi da parte di militanti indottrinati, increduli che i primi italiani a godere del paradiso marxista fossero fuggiti così in gran fretta". Rasserenò quel clima infuocato il sindaco Agosto Franco, che fece avere a Bressanello e ad altre famiglie di esuli un alloggio popolare, quando decine di forlivesi vittime dei bombardamenti vivevano ancora acquartierati nel Casermone di Santa Caterina o nell'erigendo Palazzo di Giustizia.

 

Edda Marchese è, invece, giunta in Romagna nel 1988, l'anno della meritata pensione dopo decenni d'insegnamento a Milano, ove si era stabilita con il marito Alfredo Melini, musicista. A Forlì Edda si è ambientata perfettamente. "E' una gran bella città, calorosa e accogliente come tutte le comunità romagnole. Anche se non è la mia Fiume". Il vero dramma patito dagli esuli istriani è proprio lo strappo radicale dal proprio ambiente. Nata da Francesco Marchese, legionario dannunziano, e da Ines Mikulicich, dalmata italiana originaria di Buccari, la giovane Edda si ritrova di punto in bianco senza fonte di sostentamento: l'Ozna, la polizia segreta del dittatore comunista, cancella subito l'imprenditoria privata. I Mikulicich si vedono requisire l'emporio che gestivano da generazioni nella centralissima via Tartini. "Siamo stati costretti a optare per l'Italia, ma ci sono voluti due anni". Il permesso di emigrazione rilasciato dalle autorità jugoslave nel 1947, riporta apertamente: "Smrt fascismu", "morte al fascismo". Utile a ricordare che "chi lascia queste terre liberate è un fascista che non crede nella rivoluzione comunista". Al pari dei Marchese non ci credettero in 350mila. Ai pochi connazionali rimasti in Istria e a Fiume, circa 30mila, va il merito di aver conservato l'italianità in terre intrise di ben cinque secoli di governo della Repubblica di Venezia.

 

Piero Ghetti

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