Forlì: "Inizia un bel film", il discorso integrale di Roberto Balzani

Forlì: "Inizia un bel film", il discorso integrale di Roberto Balzani

Forlì: "Inizia un bel film", il discorso integrale di Roberto Balzani

Buonasera a tutti.

 

Quello che ascolterete stasera non intende essere un comizio elettorale. E' il racconto dello stato d'animo di una persona e di un partito, da un lato. E, dall'altro, un appello ai forlivesi. Perché bisogna essere chiari e netti.

 

Lo stato d'animo. Non sono stati, questi ultimi, mesi facili. Né per me, né per il Pd. In primo luogo perché le primarie sono state vere e non finte e hanno prodotto un risultato inatteso, tutto da metabolizzare. Ma questo depone, a mio avviso, a favore della scelta compiuta a sua tempo dal Partito democratico: se si vuole innovare nei metodi della politica e si vuol essere credibili, bisogna pagare un prezzo. E questo prezzo è rappresentato dalla competizione e non dalla cooptazione, dall'idea che esistano sistemi di avvicendamento dei gruppi dirigenti non definiti in anticipo, ma sottoposti al vaglio di una platea più vasta, non condizionata o contattata a priori.

 

Ebbene, concittadini, questa competizione, che il Partito democratico a Forlì ha sperimentato secondo una dinamica assolutamente da manuale e quasi unica in Italia, è ciò che lo rende un attore nuovo e moderno. Un potente soggetto della modernizzazione della nostra comunità. Il mio auspicio è che tale modalità tocchi tutta la società civile della nostra città, perché il consociativismo, ovvero l'opposto della competizione aperta e trasparente, produce inevitabilmente privilegi per pochi, blocca le idee e l'avvicendamento generazionale, isterilisce le potenzialità degli imprenditori più dinamici, consuma risorse preziose che dovrebbero andare a beneficio diretto dei più deboli. Per una volta, la tanto bistrattata politica ha dato un esempio da seguire.

 

Il Partito democratico, a Forlì, ha riaperto i giochi come non capitava da molto tempo e la politica ha una chance immensa di tornare ad essere forza trainante. Tanti, in questi mesi, ci hanno chiesto proprio questo: più autorevolezza e indipendenza della politica nel produrre indirizzo e visione, meno subalternità ai portatori d'interessi, più o meno organizzati, o all'apparato amministrativo. Che devono fare il loro importantissimo e rispettabilissimo mestiere e che devono essere tenuti in grande considerazione. Ma che non sono - essi - i costruttori della politica di una città. I costruttori della politica di una città, in una democrazia degna di questo nome, possono essere solo i cittadini e i loro rappresentanti.

 

Dico cose ovvie e banali? Quando ci ripenso a me pare di sì e un po' mi vergogno a ripeterle. Ma voglio tornare allo stato d'animo. Dunque, lo stato d'animo è questo. Il candidato del Pd alla carica di Sindaco della città di Forlì si sente molto onorato di aver ricevuto questa investitura ed è orgoglioso che a dargliela siano state migliaia di cittadini e non venti, trenta, dieci persone cosiddette influenti in una stanza.

E terrà fede in modo rigoroso al proprio modo di essere, che qui si ripete per comodità del pubblico.

 

Esso prevede di rispettare i seguenti punti:

1.    Fai della politica un servizio. Dunque, agisci in piena coscienza, perché nell'esercizio delle tue funzioni non devi costruirti una carriera. Quella ce l'hai già - nel mio caso l'Università - e ad essa ritornerai alla fine del tuo mandato. Lo statuto del Pd dice due mandati? Benissimo! Diciamo che una persona normale, quando ha dato dieci anni di vita attiva alla comunità, ha già fatto abbastanza. Questa è una regola che vale per me. Dopo, si tornerà ad essere militanti di base e si  cercherà di dare buoni consigli.

 

2.    Aiuta sempre prima i più deboli. Il Comune di Forlì ha un'ottima tradizione di welfare, che Nadia Masini ha sempre difeso strenuamente. Questo aspetto della nostra identità civica, oserei dire del nostro modo di concepire l'amministrazione, non possiamo abbandonarlo in un'epoca di "vacche magre". Ai gruppi di persone svantaggiate, anzi, si aggiungono oggi le famiglie espulse dal circuito produttivo. Che vanno sostenute concretamente, sollevandole da una parte dei costi dei servizi comunali. Non abbiamo tanti soldi, ma tutti quelli che abbiamo disponibili glieli metteremo. Dobbiamo compattare la struttura della società forlivese conforti iniezioni di solidarietà, se no rischiamo di perdere per strada pezzi di capitale sociale.

 

3.    Ricordati che, nella tua missione, è previsto che tu  faccia il "passatore". Intendiamoci. Non quello con il fucile e la mantellina: il "passatore" nel senso che c'è una generazione che non ha e non avrà il lavoro sicuro, né le pensioni, né i genitori ancor giovani a tenere i piccoli; c'è una generazione che pagherà duramente gli effetti strutturali di questa pesante crisi ciclica, alla quale stiamo togliendo il diritto di decidere del proprio futuro. Trasferiamo su questa generazione tutti i nostri costi e tutte le nostre diseconomie, e pretendiamo pure che stia zitta e buona, perché è economicamente debole e quindi ricattabile. Siamo delle carogne. Ebbene questa generazione, che non è la mia - perché io, a 47 anni, sono già troppo vecchio, così come lo era a 42, nel 1860, il principe di Salina del Gattopardo, capace d'intuire che il destino era nelle mani del giovane nipote Tancredi, non nelle sue -: questa generazione, dicevo, intrisa di energie e di talenti compressi, e nella quale è presente uno stupefacente, sontuoso protagonismo femminile, deve essere portata - come in ogni democrazia che si rispetti - alla guida della cosa pubblica. Rapidamente. Questo vuol dire fare il "passatore". Caro Pietro, figlio appena nato di Alessandro Castagnoli, questa battaglia la combattiamo anche per te.

 

4.    Non dimenticare che la forza della democrazia sta nella partecipazione popolare. E che la partecipazione non può essere confusa con l'assemblearismo o la demagogia. Lo sanno bene i cittadini: essi si sono allontanati dalla politica, perché hanno capito perfettamente che, al massimo, potevano decidere di tanto in tanto a chi affidare una delega in bianco. Oggi, a parte le amministrazioni locali e regionali, con l'abolizione del voto di preferenza (voluto dal governo Berlusconi) basta una bella croce su un simbolo. Così potrebbero votare anche gli analfabeti. Su questo si misura una distanza incolmabile fra noi e la Destra: loro interpretano le elezioni come plebiscito, come consacrazione del lìder maximo, noi come strumento di codecisione, da alimentare e confermare di continuo. Naturalmente, occorre essere conseguenti. E quindi il nostro compito - di tutti i democratici, di tutte le forze che si riconoscono nel centro-sinistra - è quello di portare le decisioni al livello primario e popolare. Non tutte ovviamente, perché il nostro è un sistema rappresentativo. Ma molte: quelle sulle quali le persone possono farsi una propria opinione e possono esprimersi con cognizione di causa. Ecco perché il decentramento, le circoscrizioni, i quartieri, se letti in questa chiave, sono articolazioni fondamentali di una democrazia di base. Dobbiamo trasferire ad essi quote di dibattito sulle cose dell'amministrazione e più risorse: e poi non dobbiamo preoccuparci se essi restituiscono opinioni anche dissonanti, perché è nel confronto sulle cose che cresce la comunità. Noi crediamo che la democrazia sia una pedagogia, un processo di educazione permanente. Che viene prima del consenso. La democrazia è un bene che prescinde dal fatto che voi votiate per me o per altri.

 

5.    Devi farti capire. Questa è un'autentica ossessione per un professore. Il dire convertito in fare. L'onere della prova da dare e da esigere. Insomma, spiegarsi con chiarezza, con nitore, con velocità, perché il tempo corre e non possiamo stancare i cittadini. La loro attenzione è volatile: ci sono tante distrazioni e tanti problemi. Per questo, la campagna che vedrete sarà molto, molto diversa dalle altre: il programma sarà raccontato, i punti salienti illustrati con precisione non solo da me, ma da tantissime persone desiderose di mettere la loro competenza e il loro entusiasmo al servizio di un grande progetto di crescita collettiva. Non faremo come gli altri. Non attaccheremo mai, mai le persone. Non ricorreremo agli arnesi abusati della propaganda più becera. Saremo propositivi e solo propositivi. Ma, proprio per questo saremo durissimi e inflessibili verso di noi, prima, e  poi verso gli altri. Noi crediamo che la politica debba rendere le persone migliori e non peggiori. E' difficile, lo so, ma dobbiamo provarci... se no la democrazia muore.

 

Spero di essere compreso... Vedete, credo che l'esperimento che stiamo vivendo càpiti forse una volta nel corso di una generazione. La sensazione è quella di una grande carta da giocare. Io, per tutta la vita, sono stato attratto e respinto dalla politica: attratto dall'enorme potenziale costruttivo della visione politica, respinto dal devastante spreco di energie e dalla produzione di tossine malvagie, sprigionate dall'incontro fra il potere e le relazioni interpersonali. Ho conosciuto moltissime persone alle quali non avevo nulla da dire, tanto la politica le aveva desertificate umanamente. E altre, per la verità non tante, in grado di sedurre per la capacità di immaginare lo sviluppo di una comunità e di realizzarlo, seppure in parte. Per fortuna ci sono state e ci sono, anche in questa città.

 

La repulsione, lo confesso, in me ha prevalso per lunghi anni. Il Partito democratico mi è parso, fin dalla sua genesi, il luogo della riconciliazione, lo spazio in cui finalmente tante persone come me, che vorrebbero un'Italia moderna, pulita, giusta, avrebbero potuto ritrovare il senso di un impegno civile. Naturalmente, nonostante le promesse dello statuto, è inutile fingere: le cose non sono andate proprio come avevamo immaginato. Ciò in parte è dipeso dal fatto che molte classi dirigenti dei partiti che avevano costruito il Pd non avevano scommesso più di tanto sull'innovazione della politica e avevano ritenuto il progetto un ottimo strumento per cavarsela in una difficile congiuntura elettorale, quella del 2008. In parte è dipeso dallo scarso coraggio delle componenti più innovative, che non si sono messe in gioco abbastanza o che non hanno trovato la forza per farlo. Non è questione di meriti o di colpe: è successo e basta.

 

Come vedete, non nascondo questo travaglio, che del resto è sotto gli occhi di tutti. Beh, c'è chi pensa che esistano diversi modelli di Pd al quale ispirarsi e che prima o poi occorrerà scegliere. Io no. Il Partito democratico ha senso solo e in quanto fa fare un salto alla politica italiana e la rende più europea, più occidentale, più moderna: altrimenti, resta solo una bella sigla. Bruciata la quale, c'è il buio, c'è il niente.

E, per farlo, questo salto, deve dimostrarsi capace di rompere lo schema degenerativo, ossificato, incartapecorito delle classi dirigenti italiane, e cioè introdurre stabilmente il cambiamento periodico dei gruppi alla guida del paese e delle amministrazioni come elemento fisiologico necessario come l'ossigeno all'Italia. A partire da se stesso.

 

Ora, è chiaro che le primarie servono a questo: dopodiché, però, si producono divaricazioni non facilmente componibili. Ecco perché Forlì è un laboratorio nazionale. Se il Pd qui riesce a comunicare l'integralità del suo progetto all'opinione pubblica, e cioè l'innesto positivo di un'innovazione competitiva sul tronco di una solida e nobile tradizione amministrativa e organizzativa, allora il progetto può funzionare anche altrove. Se tutte le persone che, dopo le primarie, ci sono rimaste male, comprendono che il sottoscritto non è un marziano né un oscuro provocatore, ma semplicemente un normale cittadino che vorrebbe dare il suo contributo ad un'Italia nuova e migliore, e poi lasciare il campo libero ai giovani, avendo cercato di fare tutto il possibile per la sua città, allora ce la possiamo fare anche in altri posti.

Le energie di questo partito e dei suoi alleati sono enormi; ci sono incredibili riserve - a mio avviso sottoutilizzate - di capacità e di competenze che attendono solo di essere valorizzate. Ed è ovviamente mia intenzione valorizzarle. In campagna elettorale e dopo.

 

Perché racconto queste cose a cittadini cui magari, di tutto questo, interessa poco? Per testimoniare che siamo veri e che questo non è un gioco, non è un teatrino, non è una finzione. Abbiamo aperto delle ferite, abbiamo fatto correre del sangue. Noi democratici siamo persone dure e serie: questo ci rende particolare adatti ad assumerci responsabilità in un momento difficilissimo per la nostra comunità e per il nostro paese.

 

Di qui, da Forlì, passa una faglia, una spaccatura nella crosta della politica italiana: e siete voi, cittadini, che avete in mano, col vostro voto e con la vostra passione civile, il potere di dire se dobbiamo andare avanti o se il passato ci risucchierà; se appoggiare il progetto ambizioso e visionario di chi pensa che siamo maturi - tutti noi - per il XXI secolo e per le sue grandi sfide (l'ambiente, l'energia alternativa, il controllo sapiente del territorio, l'utilizzo intensivo delle risorse dell'intelligenza in un'epoca di "vacche magre"); o se invece dobbiamo rassegnarci ad essere la periferia della periferia, destinata a vivacchiare, finché potrà, sulle solite cose di sempre. Soluzioni già viste e già fallite, delle quali la crisi attuale sta stilando uno spietato epitaffio.

 

Avete una grande responsabilità, che non riguarda solo noi come comunità. Ve lo ricorderemo, in questa campagna, chiamandovi ad atti di cittadinanza consapevole, attiva, diretta e non delegata. In questi mesi non si decide se nella residenza di piazza Saffi andrà Balzani o Rondoni: in questi mesi si decide se la sfida politica che abbiamo assunto sarà così profonda e radicale da tracimare dai confini del comune, e tracimare in Romagna, in Emilia, in Italia, portando alla ribalta - insieme con un partito nuovo - una generazione di donne e di uomini decisi a imporre serietà, competenza, moralità nei pubblici uffici e nella vita civile. E che questi elementari principi chiedono di applicare a sé prima che agli altri. Perché conta solo l'esempio. Il resto sono balle. E di balle non ne possiamo più.

 

Vedete, sono molto esplicito questa sera, e forse anche arrabbiato. Non con altre persone, ma con me stesso. Perché sono consapevole cos'è la vita che lascio e cos'è la vita che potrei prendere. E mi chiedo, e vi chiedo, se ha senso che un preside di una delle Università più antiche e prestigiose d'Europa, uno dei più giovani professori ordinari italiani della sua disciplina, in piena carriera, nel pieno della sua attività professionale possa compiere questo salto. Un senso razionale non c'è, ve lo dico subito: in un calcolo costi/benefici, l'investimento appare da subito ampiamente fallimentare.

 

Però credo una cosa. Questa condizione di libertà, di piena assunzione di responsabilità al di fuori dell'interesse materiale o del prestigio o dell'alimentazione del narcisismo (vi posso assicurare che i professori universitari sotto questo profilo sono già del tutto soddisfatti), mi fa sentire molto sereno. L'idea di poter valutare senza pregiudizi (o, almeno, senza pregiudizi riconosciuti a priori, perché i pregiudizi fanno parte ahimè del nostro modo di conoscere), insieme con altri donne e uomini liberi, ciò che può essere meglio per la comunità, mi dà una forza straordinaria e mi ha fatto dire e fare cose che fino a sei mesi fa non ritenevo neppure possibile pensare.

 

Però voglio aggiungere una cosa. Questa rivoluzione democratica, noi del Pd, vogliamo portarla fino in fondo, anche facendoci carico della tradizioni amministrative e delle esperienze qualificate che il territorio e la città hanno avuto in questi decenni. Perché non nasciamo dal nulla. Perché, in questa città, ci sono radici di solidarietà e di civismo e di dedizione alla cosa pubblica che affondano nella grande lotta di emancipazione popolare del XIX e del XX secolo. E a queste radici dobbiamo quello che siamo. Non dobbiamo dimenticarlo e non lo dimenticheremo.

 

Ed ora, dopo aver cercato di delineare, spero con sufficiente schiettezza, ciò che sono e ciò che siamo, vorrei fare un appello alla città: un appello ai forlivesi.

 

Proprio perché questa non è una campagna elettorale normale, ma è la prima Campagna elettorale del mondo nuovo, dobbiamo tutti cercare di orientarci, di avere una bussola. La mia - lo dico subito - segna il nord e segna l'ovest: segna, cioè, una direzione che è quella delle grandi democrazie occidentali e in particolari quelle del nord Europa. Ci piacerebbe, a noi del Pd, fare di Forlì una città dell'Europa moderna e civile, senza che ciò significhi sacrificare qualcosa del nostro estroverso spirito mediterraneo.

 

Dire città europea significa dire un luogo definito da un progetto, da una visione: con ampi spazi centrali e vasti percorsi periferici e rurali  per la mobilità lenta delle persone e delle biciclette; mezzi pubblici efficienti; assi di scorrimento veloci; rigoroso rispetto dell'ambiente, attraverso il progressivo rovesciamento del paradigma produttivistico dell'incenerimento, e lo sviluppo viceversa del porta a porta, del risparmio energetico, dell'impulso in direzione delle energie alternative: con il Comune a fare da capofila, quanto a sperimentazione e a innovazione. Anche nelle reti dell'informazione.

Io, francamente, non credo che possiamo permetterci un consumo di territorio sconsiderato come quello che, per ragioni anche comprensibili, legate ai bilanci e alle risorse scarse, abbiamo vissuto negli ultimi anni, un po' in tutta Italia.

 

Credo ci voglia più equilibrio, e si debba ritornare ad un progetto comune; e credo che questo progetto, che poi sfocerà alla fine della prossima legislatura in un nuovo piano regolatore, debba essere il frutto di una vera partecipazione di tutti gli attori interessati e dei cittadini, attraverso strumenti molto chiari, lineari, trasparenti. Ma l'appello non riguarda questo: sto divagando.

 

Dicevo l'orientamento. L'appello riguarda la mobilitazione delle volontà e delle intelligenze della città. Cari forlivesi, è giunto il momento di finirla col mugugno, di terminare la fase delle lamentele e dei personalismi, di abolire le rappresentazioni un po' stucchevoli della politica locale vecchio stile. Ci aspettano anni di ferro e bisogna rimboccarsi le maniche.

 

Per questo, noi non abbiamo alcuna intenzione di perdere tempo con il "posizionamento" rispetto a tizio o caio sul giornale; non abbiamo alcuna intenzione di perdere tempo in chilometriche telefonate per capire le ragioni trasversali di un micro-attacco alla giunta, che so?, sui rifiuti o su un atto urbanistico. Cari forlivesi, dobbiamo lavorare e studiare intensamente. E poiché ci attende un periodo assai complicato, è il caso che a guidare la macchina siano persone abituate a lavorare e a studiare. Di chiacchieroni non abbiamo bisogno. Abbiamo bisogno di costruttori, di gente solida e dura. Ragion per cui l'appello è a voi.

 

Il Comitato elettorale per la mia candidatura è aperto, orizzontale. Sono compresi i segretari dei circoli del Pd, l'asse portante di un partito innervato nel territorio, e poi è libero: chi vuole può dare il suo nome e la sua disponibilità - dire quello che sa fare o come vuole cooperare -, e sarà incluso. Ci sono collaboratori che vi attendono alla porta.

 

Così, la campagna sarà trasparente: per farla occorreranno risorse, ed io cerco piccoli contributi dal maggior numero di persone, non grandi cifre. Il denaro che avanzerà, dopo apposita e pubblica rendicontazione, sarà devoluto in beneficenza a sollievo delle famiglie dei disoccupati. Concorderemo con i sindacati la forma più efficace di aiuto.

 

Perché ho bisogno di tante energie? Ve lo spiego subito. Noi crediamo che - in un momento di crisi come questo - occorra fare uno straordinario sforzo di innovazione e d'investimento sulle idee. Dobbiamo fare molto con poco, perché le risorse sono scarse e calanti; e per farlo bene, dobbiamo coinvolgere quante più persone abbiano potenzialità creative. La nostra Università sforna ottimi ragazzi: dobbiamo mettere in reti i migliori, chiamandoli a misurarsi con i nostri problemi concreti. Non genericamente: li chiameremo, i dottorati, i borsisti e gli assegnisti di ricerca, a risolvere singoli nodi della nostra vita comunitaria. Essi già sono pagati dallo stato; li abbiamo formati perché sono brillanti, attendono solo di essere messi alla prova. Lo faremo, dall'elettronica all'urbanistica, dalle energie rinnovabili alla semplificazione dei processi amministrativi.

 

Lo stesso criterio meritocratico va introdotto ovunque, senza sconti per nessuno. Nelle strutture pubbliche, nella sanità, nella formazione. Meccanismi di valutazione indipendente certificheranno l'efficacia dei processi che abbiamo avviato. Troppi, in Italia, si definiscono "eccellenti". Sarà bene che a definirci tali siano terzi imparziali: se no, è il solito gioco retorico. Come è retorico parlare astrattamente di "sviluppo", senza qualificarlo, senza dire come e dove.

 

Se noi forlivesi vogliamo giocare un ruolo in Romagna e nel paese; se vogliamo tornare ad affermare una funzione di capoluogo reale; se vogliamo porci come avanguardia attiva nella regione, non abbiamo alternative. Dobbiamo dimostrare nei fatti che siamo semplicemente più bravi, più capaci e nello stesso aperti e collaborativi, pronti a raccogliere le idee e le istanze degli altri territori. Cittadini di Forlì, aiutate me e il Pd e tutti gli alleati del centro sinistra, a finirla per sempre col municipalismo, con il campanilismo: essi sono il cancro della Romagna, ciò che ci ha fatto collaborare sempre assai poco, salvo in alcune fortunose circostanze.

 

Faremo campagne elettorali sovracomunali: i candidati opereranno insieme, per dimostrare che tante remore e tanti finte barriere sono cadute. Daremo un respiro territoriale al nostro grande progetto. Ma abbiamo bisogno di voi.

Perché la campagna si baserà su tanti incontri tradizionali e sul montaggio di alcuni spezzoni del film che insieme gireremo nei prossimi anni. E, per dare un'idea di questa comunicazione, che spero v'interesserà, ci occorrono energie. Perché il nostro sarà un vero e proprio laboratorio e voi, se lo vorrete, potrete esserne parte attiva, non solo spettatori.

 

Perciò questa sera l'appello è al meglio della nostra società. Noi non vogliamo dare a Forlì un futuro ordinario: i tempi sono straordinari e c'è bisogno di visioni straordinarie. E' per questo obiettivo - che, mi rendo conto, può ben dirsi rivoluzionario - che mi trovo qui stasera in questo posto.

 

Aiutatemi a liberare noi tutti da nostri limiti e a portare noi stessi, tutti - a partire dai più deboli - oltre il buio della notte che abbiamo davanti. Insieme ce la faremo.

 

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Roberto Balzani
Candidato sindaco del Pd a Forlì

Commenti (1)

  • Avatar anonimo di Mirko Morelli 79
    Mirko Morelli 79

    condivido molto POCO.

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