Forlì: "L�ultima estate" di Cesarina Vighy apre gli "Incontri con l'autore"

Forlì: "L’ultima estate" di Cesarina Vighy apre gli "Incontri con l'autore"

Sarà il romanzo vincitore del Premio Campiello Opera Prima 2009 ad aprire la XV edizione degli "Incontri con l'Autore" la rassegna volta alla promozione della lettura promossa dalla Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì. Venerdì 29 gennaio, l'Auditorium Cariromagna di Forlì ospiterà, infatti, alle 17 la presentazione de "L'ultima estate" di Cesarina Vighy, disincantato viaggio in sorprendente equilibrio tra gioia della scoperta e dolore della perdita, in virtù di un'amara ironia che giunge a redimere la sofferenza innalzando - come ha scritto Marino Sinibaldi - un vero e proprio "inno alla vita".

 

"L'ultima estate" è infatti un viaggio nella memoria e, nel contempo, un viaggio nella malattia, una malattia tanto grave da conferire alla memoria il coraggio di esprimersi, liberandola, come ha osservato l'autrice stessa, dall'ossessione del dover avere successo.

 

Sempre a causa della gravità della malattia, Cesarina Vighy non potrà intervenire di persona all'incontro, che sarà quindi affidato alle parole della figlia, Alice di Stefano, curatrice di fatto del volume, oltre che una delle protagoniste indirette dello stesso. L'incontro - condotto da Giovanni Tesio - sarà aperto da un intervento musicale dal vivo a cura del duo di chitarre composto da Luca Missiroli e Alberto Pozzi e dalla lettura di alcuni passi del romanzo da parte di Daniela Piccari, secondo una modalità destinata a caratterizzare tutti gli incontri di questa XV edizione della rassegna.

 

Dalla prefazione di Marino Sinibaldi: Da dove arriva la voce di Zeta? Apparentemente dal luogo più inabitabile e muto: la malattia, in quel punto estremo che toglie possibilità, respiro, futuro. Ma è solo apparenza: questa voce proviene dal nucleo più irriducibile e infuocato della vita. Che non tace, non cessa di guardare e amare. E anzi, comincia qualcosa: a scrivere.

 

È fragile l'equilibrio che genera queste pagine. Per Zeta qualsiasi gesto ora è enorme, la fatica non solo fisica è in ogni momento fatale. E i ricordi sono uno squarcio lacerante nella memoria di una vita tenacemente irregolare: la nascita fuori dal matrimonio della «bambina più amata del mondo», l'infanzia sotto le bombe, Venezia splendida e meschina, il primo disastro sentimentale e poi, ancora, Roma becera e vitale, l'esperienza della psicanalisi, l'avventura del femminismo, il cammino della malattia. E sempre la coriacea e gentile difesa della propria individualità, l'irrisione delle tribù e delle cliniche cui ha rifiutato di appartenere.

 

Così la storia dei suoi settant'anni scorre laterale, vissuta intensamente ma mai accettata, come non fosse mai meritevole di piena identificazione. E la famiglia ridotta all'essenziale - il grande padre, la piccola madre, il marito e la figlia - mai un rifugio riconciliante. C'era lo spettacolo del mondo da scoprire, una sfuggente libertà da inseguire, una singolare autenticità da trovare. Con una lingua nitida, a tratti feroce, mai retorica, attraversata da una vena di sarcasmo che non concede nulla alla pietas, l'autrice affronta il più evitato degli argomenti: la sofferenza. Mai, lungo queste pagine, si può dimenticare che è malata, gravemente.

 

Però basta uno spiraglio della finestra in cucina a far entrare un platano o un merlo. C'è una gatta fedele, indulgente, comprensiva. C'è una esistenza verso cui - Zeta non lo direbbe mai e certamente si rifiuta perfino di pensarlo - si può nutrire un orgoglio felice. Segnata com'era, ora finalmente appare bella. E piena di sogni, ricordi, fantasmi, di intelligenza. Non degenera: può sfidare il peso dei rimorsi del passato e l'orrore dei sintomi di oggi, ironicamente e fieramente: «Dicono che si nasca incendiari e si muoia pompieri. A me è successo il contrario: brucerei tutto, adesso». Lo fa in questo libro singolare: piccolo auto da fé e magnifico inno alla vita che era ed è.

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