Forlì, la "Madonna del Fuoco" raccontata da Indro Montanelli

Forlì, la "Madonna del Fuoco" raccontata da Indro Montanelli

Forlì, la "Madonna del Fuoco" raccontata da Indro Montanelli

FORLI' - Oltre alla storia tradizionale sulla patrona di Forlì, che si celebra venerdì 4 febbraio, la Madonna del Fuoco ha ispirato una delle più brillanti e compiante menti del giornalismo italiano. Sul terzo volume di "Romagna, vicende e protagonisti" edito da Edizioni Edison Bologna, compare un articolo molto divertente ed interessante di Indro Montanelli, che racconta un aneddoto legato alla "Madonna del fuoco", in relazione con le vicende politiche del '900.

 

Egli narra di come questa Vergine patrona della città, abbia subito un destino assai singolare, troppo spesso legato all'alternarsi della classe politica forlivese: "Non è una grande opera d'arte quella madonna, ritta in cima di una stele di «cotto»alta una ventina di metri, intonacata, e protetta da una cancellata di ferro. Ma è un po' l'equivalente della Vergine del Pilar spagnola, nel senso che le sue vicende sono strettamente collegate a quelle dei partiti forlivesi".

 

Montanelli ricorda un episodio molto singolare, che avvenne nei primi del '900: Mussolini, ancora all'inizio della sua carriera (siamo intorno al 1909), scrisse nel giornale "Lotta di classe" da lui diretto, un articolo sulla incarcerazione in Spagna dell'anarchico catalano Francisco Ferrer, descrivendola come "una sfida lanciata dalla «reazione» alle «forze progressiste» (c'erano già) di tutto il mondo". In reazione a questo articolo Aldo Vittori, "detto «lo zoppo dei Vittori» perché sciancato sin da bambino dalla paralisi infantile, o anche, come lui preferiva chiamarsi «lo sbranatore del clero»", conosciuto in tutta la città di Forlì per la sua blasfemia, decise di dare vita ad una manifestazione contro la "Madonna del fuoco" presa a simbolo della reazione.

 

Il sindaco di Forlì era allora Giuseppe Bellini, un massone e repubblicano che, da un lato simpatizzava per la causa di Vittori, ma che dall'altro aveva il dovere di proteggere la città da quell'usurpazione. Intervenne, dunque, per fermare la rivolta ma solo quando la cancellata posta a protezione dell'immagine sacra era ormai stata distrutta. In seguito, prosegue narrando Montanelli, essa fu sostituita da una staccionata di legno "usbergo assolutamente inadeguato alla gravità dei pericoli che la povera madonna correva".

 

Poco tempo dopo, Ferrer venne ucciso in carcere e questo aumentò la foga distruttrice di Mussolini e Aldo Vittori verso la povera madonna. "La colonna del popolo furente ("Ma chi è questo Ferrer?" Seguitavano a domandarsi intanto molti dei più frenetici partecipanti al corteo) fece risacca dinanzi la palizzata di legno che proteggeva il simbolo della reazione, quando si videro Mussolini e lo zoppo Vittori avanzare, ambedue nerovestiti, con cappellone e cravatta a svolazzo, reggendo un bidone di petrolio, che Guglielmo Monti aveva fornito. Il nero combustibile fu cosparso sulle assi, e l'avvocato Giuseppe Bellini non inviò il rituale squadrone di cavalleria prima che tutta la palizzata fosse un cumulo di braci e qualche colpo di piccone fosse stato assestato alla stele che conteneva la madonna. Dopodiché gli fu facile, in sede di giunta, strappare all'ingegnere del genio civile un certificato attestante che la stele non offriva più garanzie di sicurezza e che, pertanto, per l'incolumità dei cittadini, andava rimossa."

 

Ma poi, che accadde a tutti quegli uomini, "liberi pensatori" romagnoli?

Lo zoppo Vittori si sposò con una pia devota e, oltre ad addolcire il suo carattere, si convertì al cattolicesimo tanto che un giorno, in occasione della festa della Madonna del fuoco, ormai ripristinata a tutti gli effetti come santa protettrice della città, egli si mise fuori dalla sua casa, su un seggiolino per vedere la processione in onore della vergine. Ed ecco che accadde di nuovo un fatto assai singolare "la macchina del duce, quando giunse all'imboccatura di imbuto, quasi si fermò, impaludata dalla ressa del popolo festante, che il senatore Bellini, seduto accanto al dittatore, pregava benevolmente con la mano di lasciare il passaggio. E allora lo zoppo Vittori, trattosi penosamente in piedi e roteando il bastone alla vecchia maniera, urlò con quanto fiato aveva in gola: «Ehi, Benito, am so convartì anca me!». L'ex direttore di "lotta di classe" alzò gli occhi verso quell'energumeno, lo riconobbe e gli sorrise. Poi all'orecchio del senatore Bellini, commentò: «Come mi è fedele, questo sano popolo di Romagna!»".


Forlì, la "Madonna del Fuoco" raccontata da Indro Montanelli

Commenti (1)

  • Avatar anonimo di d_a_v_i_d_e
    d_a_v_i_d_e

    Bellissimo racconto.

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