Forlì, “Ricordo di don Carlo Zaccaro, campione di carità cristiana”

Forlì, “Ricordo di don Carlo Zaccaro, campione di carità cristiana”

A poco più di un mese dalla scomparsa di don Carlo Zaccaro, si acuisce il vuoto lasciato dal grande sacerdote fiorentino, campione di carità. Uomo di grande spessore umano e culturale, prima di maturare la vocazione presbiterale che l'avrebbe portato a guidare l'Opera della Divina Provvidenza "Madonnina del Grappa" alla morte del fondatore don Giulio Facibeni, fu giurista, docente universitario, fino a collaborare anche politicamente con il grande sindaco Giorgio La Pira.

 

Quello che segue è il ricordo di una settimana condivisa con don Zaccaro a Scutari, capoluogo settentrionale del Paese delle Aquile: era il 1995 e il sacerdote, delegato in Albania della "Madonnina", stava stringendo i tempi per alleviare il più possibile le terribili condizioni di vita di un centinaio di orfani in gran parte celebrolesi, scoperti quasi per caso all'interno di un istituto posto nel cuore della città. Il sottoscritto, volontario di breve corso all'interno della "Madonnina", aveva il compito di osservare e documentare quella tragedia nella tragedia. Sulla carta l'istituto pareva un normale centro di accoglienza: di fatto si rivelò un lager da delirio in mezzo a sporcizia e ratti da "Guinnes dei primati". Don Carlo era sbarcato in Albania nel 1992 invitato dalle Suore Missionarie della Carità, l'ordine fondato da Madre Teresa di Calcutta, avanguardie del papa nel povero paese d'oltre Adriatico per riattivare la carità cristiana annientata da 47 anni di feroce comunismo.

 

"Aveva scelto di lavorare in Albania - si legge sul sito della "Madonnina" - sulle orme di Madre Teresa, in un paese all'inizio molto difficile, dove ha subito anche un attentato, ma la sua tenacia lo teneva lì in quella terra di frontiera". Prese subito contatto con i primi governanti democraticamente eletti a Tirana, all'insegna della parola d'ordine "fare presto": occorreva, infatti, ridare dignità ai più indifesi di tutti, i disabili. Approfittando di un bando europeo, trovò i denari per ristrutturare l'istituto "lager". Si mise subito all'opera, prendendo contatti diretti con i primi governanti democraticamente eletti a Tirana per ridare un'immagine ai più indifesi fra i poveri, i disabili. "Ciò che conta per gli albanesi - ebbe a dire in un incontro pubblico tenutosi nel 1995 a Galeata, paese natale di don Facibeni - non è tanto sfamarli e vestirli quanto rieducarli al vero significato del lavoro".

 

Approfittando di un bando europeo, trovò i denari per ristrutturare l'istituto "lager". Vi riuscì grazie anche al fondamentale apporto "a costo zero" di alcuni romagnoli, fra cui l'indimenticabile capomastro Afro Fiumana e l'attuale sindaco di Santa Sofia Flavio Foietta. Poi, grazie all'arrivo della missionaria grossetana Silvana Vignali, sostenuta dall'onlus forlivese "Comitato per la Lotta contro la Fame nel Mondo", iniziò gradualmente a togliere i giovani minorati dal centro per inserirli in case famiglia. Rimane indelebile nei miei occhi l'abbraccio di don Carlo ai "paria" di Puka. I miseri abitanti di quel pugno di case ai confini con il Kossovo, dipendevano come sostentamento dai viveri offerti dalla comunità di suore di Madre Teresa, ma erano disperatamente caparbi nel voler acquistare una lattina di Coca Cola che era già arrivata sin là, prima fra tutte le diavolerie capitalistiche. Don Zaccaro si era perdutamente innamorato di quel presidio di sei religiose guidate da suor Tecla, toscana come lui. Sin dal loro arrivo a Puka, le suore si erano poste il problema della difficile coesistenza dei cattolici coi mussulmani, due esperienze religiose profondamente diverse nella loro manifestazione, soprattutto in Europa.

 

L'Albania dell'epoca pullulava di cantieri per la ricostruzione di moschee e minareti, in perfetta linea con la politica di reislamizzazione pensata per quel Paese dai ricchi "fratelli arabi" del Golfo. La questione è però durata pochi mesi: talmente assidua e consistente è stato l'impegno caritativo delle suore, che la moschea ha dovuto chiudere i battenti per mancanza di adepti. "A Puka - amava raccontare lo stesso don Carlo, non hanno funzionato i petrodollari ma l'amore per i poveri di suor Tecla e delle sue Missionarie della Carità". Alcuni anni fa don Zaccaro ha ottenuto la massima onorificenza albanese per l'impegno profuso alla rinascita del paese, la sua seconda patria. Non se n'è mai gloriato: l'importante è aver contribuito a restituire all'amata Albania "la dignità, il rispetto e l'amore per il prossimo, come fece Gesù Cristo, di cui sono umile servitore".

 

Piero Ghetti

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