FORLI' - L’inguaribile voglia di vivere

FORLI' - L’inguaribile voglia di vivere

FORLI' - Una folla oceanica, valutata in oltre 700 persone, ha colmato, venerdì 9 febbraio 2007, l’Auditorium della Fiera di Forlì per assistere all’incontro pubblico “Né accanimento né eutanasia”, promosso da 35 aggregazioni laicali forlivesi.


“Siamo qui – è l’esordio del presidente del Movimento della Vita di Forlì Andrea Taddeo, moderatore della serata – per informare i cittadini su questioni etiche troppo importanti per essere lasciate alla definizione strumentale dei media. Abbiamo invitato tre medici: ci aiuteranno a capire basandosi sulla propria esperienza professionale”.


Il ruolo di apripista è stato validamente assolto dal primario dell’Hospice di Forlimpopoli Marco Maltoni, l’unico forlivese dei tre relatori. Il medico è subito sceso sul piano delle definizioni, sia di eutanasia che di accanimento terapeutico, ma solo per far comprendere che non sono in gioco nozioni astratte, quanto il concetto stesso di persona. “Se crolla questo caposaldo di civiltà - ha dichiarato – c’è spazio per tutto, anche per sopprimere d’ufficio neonati malformati o anziani non più autosufficienti ritenuti di peso alla società, come già accade in Olanda. Quel che è certo è che, laddove c’è una legge permissiva, le richieste di eutanasia o di suicidio assistito aumentano”.


Giovanni Battista Guazzetti, responsabile del reparto soggetti in stato vegetativo del “Don Orione” di Bergamo, passa invece a considerare le ragioni che portano una società a invocare l’eutanasia in modo sistematico: abbandono e disperazione. “Per esperienza personale – ammette il medico lombardo – posso affermare che anche i soggetti in coma irreversibile sono degni di cura e di amore. Di diverso hanno che sono disabili gravissimi, mentre, come tutti noi, necessitano di acqua e di cibo, di igiene personale, di muoversi e di calore umano. Privare volutamente un uomo di queste componenti, equivale ad un omicidio”.


Assolutamente esaltante è stata la testimonianza del primario del Day Hospital oncologico “Maugeri” di Pavia e presidente nazionale malati di Aisla dottor Mario Melazzini. “Sappiate – è l’esordio - che fino a quattro anni fa sciavo con mio figlio, mentre ora devo ricorrere ad un sondino gastrico per alimentarmi. Ma la tecnologia non è accanimento, e sono grato a questa malattia, perché ha dato un senso alla mia vita e qualità alla mia professione di medico”. Con voce già intaccata dalla “Sla” ma ancora comprensibilissima, Melazzini dichiara che “è normale, nelle mie condizioni, desiderare la morte se non si viene presi in carico”. Ecco la chiave di volta della serata: “I sofferenti, più degli altri proprio perché dipendono da terzi, hanno bisogno di amore, affetto, condivisione. Ed è grazie ai miei familiari se ho accettato la potenza espressiva della mia personalità nella malattia, e ho compreso che la vita è un dono, mentre la morte è un fatto”. Alla fine, Melazzini rivela la vera natura della sua patologia: “L’inguaribile voglia di vivere”.

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Piero Ghetti

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