FORLI' - La Madonna del fuoco vista da Indro Montanelli

FORLI' - La Madonna del fuoco vista da Indro Montanelli

Il 4 febbraio Forlì è in festa, perché da ormai tempo immemorabile, si celebra la "Madonna del Fuoco", santa patrona, protettrice della città. Le vie del centro si animano di brulicante allegria, fra Piazza del Duomo e Piazza Saffi si montano numerose bancarelle che offrono ai visitatori la tipica piadina della Madonna del Fuoco, un pane dolce dalla forma ovale farcito di uvetta e semi di anice, che ricorda sapori di altri tempi per la sua semplicità. Ma perché Forlì ha come protettrice una Vergine così singolare, ritratta in una xilografia stampata su un foglio di carta, senza nessun valore artistico di rilievo?


Alcuni cronisti del XV secolo, fra i quali Giovanni di Pedrino, raccontano che nella notte fra mercoledì 4 e giovedì 5 febbraio del 1428, divampò un incendio presso la scuola pubblica di Forlì, gestita dal Mastro Lombardino.

Mentre l'incendio distruggeva tutto, giunsero molte persone per capire cosa stava succedendo e, fra le fiamme, tutti videro la "Madonna del Fuoco". Quella Madonna era un'immagine biografica impressa su carta semplice e sostenuta da una tavoletta di legno. L'opera risale al XIII-XIV secolo, anche se è impossibile stabilire con certezza l'anno in cui fu realizzata. La Sacra immagine si trovava nella scuola sin dall'aprile del 1425, quando questa aprì per la prima volta i battenti. Gli alunni provavano affetto per quella vergine di carta alla quale rivolgevano ogni giorno la loro preghiera. Dopo quell'incendio devastante, che distrusse l'intera scuola, tutti gridarono al miracolo, sorpresi e storditi dalla vista della tavoletta di legno con sopra la Madonnina intatta nonostante tanta devastazione.


La domenica successiva, 8 febbraio 1428, fu portata, con solenne processione, nella cattedrale, dove tutt'oggi è conservata.

La civiltà contadina, che da sempre ha popolato le campagne del forlivese, ha tramandato di generazione in generazione questa festa religiosa che in un certo senso segna anche l'incontro fra sacro e pagano. Dedicato alla celebrazione del fuoco e della luce (simboli tipicamente pagani) il culto della Madonna del fuoco, era in passato un rituale propiziatorio. Nelle campagne era uso comune bruciare in grandi falò sterpaglie e rami della potature, in segno di devozione alla Vergine ma anche come atto superstizioso per assicurarsi un buon raccolto l'anno successivo.
I cacciatori, inoltre, solevano sparare alcuni colpi dalle finestre delle case (sempre in numero dispari) per invocare la protezione della Vergine durante la successiva stagione, in modo da non colpire né essere colpiti durante le battute di caccia.


Oggi, una delle poche usanze che si è rimasta inalterata, è quella di illuminare le finestre con piccole candele rosse la notte del 3 febbraio, alla vigilia della festa.

Il bruciare dei lumini crea uno spettacolo molto suggestivo, soprattutto nei centri abitati dove sembra che tutte le persone della città siano per una notte in sintonia fra loro, unite dallo stesso pensiero.


Non solo la storia della civiltà contadina, però, è legata all'immagine sacra della "Madonna del fuoco", infatti abbiamo trovato sul terzo volume di "Romagna, vicende e protagonisti" edito da Edizioni Edison Bologna, un articolo molto divertente ed interessante di Idro Montanelli che racconta un aneddoto legato alla “Madonna del fuoco”, in relazione con le vicende politiche del '900.

Egli narra di come questa Vergine patrona della città, abbia subito un destino assai singolare, troppo spesso legato all'alternarsi della classe politica forlivese "Non è una grande opera d'arte quella madonna, ritta in cima di una stele di «cotto»alta una ventina di metri, intonacata, e protetta da una cancellata di ferro. Ma è un po' l'equivalente della Vergine del Pilar spagnola, nel senso che le sue vicende sono strettamente collegate a quelle dei partiti forlivesi”.

Montanelli ricorda una vicenda molto singolare, che avvenne all'inizio del '900: Mussolini, ancora all'inizio della sua carriera (siamo intorno al 1909) scrisse nel giornale “Lotta di classe” da lui diretto, un articolo sulla incarcerazione in Spagna dell'anarchico catalano Francisco Ferrer, descrivendola come “una sfida lanciata dalla «reazione» alle «forze progressiste» (c'erano già) di tutto il mondo”. In reazione a questo articolo Aldo Vittori “detto «lo zoppo dei Vittori» perché sciancato sin da bambino dalla paralisi infantile, o anche, come lui preferiva chiamarsi «lo sbranatore del clero»” conosciuto in tutta la città di Forlì per la sua blasfemia, decise di dare vita ad una manifestazione contro la “Madonna del fuoco” presa a simbolo della reazione.


Il sindaco di Forlì era allora Giuseppe Bellini, un massone e repubblicano che, da un lato simpatizzava per la causa di Vittori, ma che dall'altro aveva il dovere di proteggere la città da quell'usurpazione. Intervenne, dunque, per fermare la rivolta ma solo quando la cancellata posta a protezione dell'immagine sacra era ormai stata distrutta.
In seguito, prosegue narrando Montanelli, essa fu sostituita da una staccionata di legno “usbergo assolutamente inadeguato alla gravità dei pericoli che la povera madonna correva”.

Poco tempo dopo, Ferrer venne ucciso in carcere e questo aumentò la foga distruttrice di Mussolini e Aldo Vittori verso la povera madonna “La colonna del popolo furente (“Ma chi è questo Ferrer?” Seguitavano a domandarsi intanto molti dei più frenetici partecipanti al corteo) fece risacca dinanzi la palizzata di legno che proteggeva il simbolo della reazione, quando si videro Mussolini e lo zoppo Vittori avanzare, ambedue nerovestiti, con cappellone e cravatta a svolazzo, reggendo un bidone di petrolio, che Guglielmo Monti aveva fornito. Il nero combustibile fu cosparso sulle assi, e l'avvocato Giuseppe Bellini non inviò il rituale squadrone di cavalleria prima che tutta la palizzata fosse un cumulo di braci e qualche colpo di piccone fosse stato assestato alla stele che conteneva la madonna. Dopodiché gli fu facile, in sede di giunta, strappare all'ingegnere del genio civile un certificato attestante che la stele non offriva più garanzie di sicurezza e che, pertanto, per l'incolumità dei cittadini, andava rimossa.”


Ma poi, che accadde a tutti quegli uomini, “liberi pensatori” romagnoli?
Lo zoppo Vittori si sposò con una pia devota e, oltre ad addolcire il suo carattere, si convertì al cattolicesimo tanto che un giorno, in occasione della festa della Madonna del fuoco, ormai ripristinata a tutti gli effetti come santa protettrice della città, egli si mise fuori dalla sua casa, su un seggiolino per vedere la processione in onore della vergine. Ed ecco che accadde di nuovo un fatto assai singolare “la macchina del duce, quando giunse all'imboccatura di imbuto, quasi si fermò, impaludata dalla ressa del popolo festante, che il senatore Bellini, seduto accanto al dittatore, pregava benevolmente con la mano di lasciare il passaggio. E allora lo zoppo Vittori, trattosi penosamente in piedi e roteando il bastone alla vecchia maniera, urlò con quanto fiato aveva in gola: «Ehi, Benito, am so convartì anca me!». L'ex direttore di “lotta di classe” alzò gli occhi verso quell'energumeno, lo riconobbe e gli sorrise. Po all'orecchio del senatore Bellini, commentò: «Come mi è fedele, questo sano popolo di Romagna!»”

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Di certo noi non abbiamo indagato sulla veridicità di questo racconto che, sembra il compromesso fra storia e fantasia, ma ci è sembrata una stupenda leggenda metropolitana, che farà riflettere il lettore sulla triste storia del ventennio fascista, ma anche sulla forza iconografica di quella madonnina che non solo ha resistito ad un incendio ma ha mantenuto intatto il suo ruolo dopo le tante vicende storico-politiche che hanno colpito la Romagna nel corso dei secoli.

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