FORLI' - Un piano per salvaguardare la biodiversità della razza bovina romagnola

FORLI' - Un piano per salvaguardare la biodiversità della razza bovina romagnola

FORLI’ - E’ a rischio il premio della Commissione Europa per il mantenimento della biodiversità della razza bovina romagnola. “Il rischio ancora più grave - spiega l’assessore alle politiche agroalimentari della Provincia di Forlì-Cesena, Gian Luca Bagnara - è quello della corrosione genetica cioè della perdita della razza nel nostro territorio a favore della contemporanea diffusione di meticci in altre regioni italiane ed estere. Tale processo sta paradossalmente avvenendo mentre sta crescendo la sensibilità del consumatore per la qualità di queste carni”. Questo è il campanello di allarme lanciato proprio all’avvio della Mostra Nazionale de libro genealogico della Razza Romagnola che si tiene a Rocca San Casciano dall’8 al 10 giugno.


La razza bovina romagnola presenta un’eccellenza unica: può essere definita BSE-free e conseguirà tale definizione in base al progetto “IZSAM04/03RC - tracciabilità delle carni bovine e proposta di un programma di accreditamento delle aziende zootecniche nei confronti della Encelofalopatia Spongiforme Bovina”del Ministero per le politiche agricole. Tale caratteristica ha alzato il pregio della carne bovina romagnola soprattutto a seguito della crisi della BSE nel 2001.

La razza Bovina romagnola appartiene alle razze italiane da carne derivate dal ceppo podolico presenti in Italia almeno dal quinto secolo dopo Cristo. Le consistenze sono cadute verticalmente dal 1967 sino al 1988, passando da 279.787 a 16.818 capi (contrazione del 94% in poco più di vent’anni); tale tendenza è poi proseguita in modo meno drammatico sino al 1994 (ulteriore calo del 14%) arrivando a 14428 capi e 7010 vacche, per poi mantenersi più o meno costante sino al 2001, anno da cui si è registrata una lieve ripresa delle consistenze dei capi (ritornati a valori analoghi al 1988), anche se è proseguita la contrazione degli allevamenti.


La Romagnola, proprio a causa della drastica riduzione registrata negli anni ‘60-’90, della ridotta consistenza di capi negli ultimi 20 anni, della parallela selezione e della conseguente riduzione di linee di sangue con aumento della consanguineità, ha evidenziato una serie crescente di problemi di fertilità delle fattrici che ne compromettono attualmente la potenziale redditività.


Sul territorio della Provincia di Forlì-Cesena è presente una mandria di circa 5 mila vacche riproduttrici pari al 60% del totale della mandria nazionale. In Emilia-Romagna abbiamo circa 7300 vacche pari all’88% del totale (le altre province interessate sono Rimini, Ravenna e Bologna). Appena 10 anni fa la nostra regione rappresentava il 93% e questo trend negativo sta avvenendo, senza segnali di inversione, a fronte di un aumento dei capi nelle altre regioni sforando così il tetto complessivo di 7500 capi riconosciuto dal regolamento comunitario. Di conseguenza, la Commissione Europea toglierà il contributo (medio di 150 Euro per capo) ai nostri allevatori.


A questo si aggiunge poi un crescente invecchiamento della mandria: oltre il 28% di questi capi ha oltre 10 anni segnando così un ulteriore rischio sostenibilità economica dell’attività. “Alcuni allevatori nel nostro Appennino - aggiunge l’Assessore Bagnara - hanno già iniziato a sostituire la razza romagnola con Chinina o addirittura razze francesi (Limousine)”.


Quindi, in sintesi, gli incroci effettuati nelle altre regioni vengono registrati nel Registro nazionale come Romagnola pura; i capi presenti in Romagna sono sempre più vecchi e, sballando così i numeri, perdiamo il sostegno comunitario per i nostri allevatori prospettando quindi una accelerazione nella corrosione della genetica nel nostro territorio a favore delle altre regioni.

“Nell’autunno scorso mi sono incontrato a Brusselles con i funzionari della Commissione Agricoltura” - conclude Gian Luca Bagnara - per mettere a punto un piano preciso che gli allevatori, con il coordinamento dell’Associazione APA, dovranno attuare in tempi brevissimi, cioè entro il 2007” al fine di mantenere questo patrimonio nell’area romagnola e non disperderlo in altri territori. Le azioni sono semplicemente due:

a) riduzione dei capi più vecchi per circa 700 unità, cioè meno del 10% e limitatamente ai capi più vecchi;

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b) chiedere al Ministero per le Politiche Agricole la modifica del Registro Genealogico per non permettere la registrazione come romagnola di semplici ibridi o meticci ottenuti in altre regioni”.



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