L'Odissea riletta in dialetto da Tonino Guerra e Ivano Marescotti

L'Odissea riletta in dialetto da Tonino Guerra e Ivano Marescotti

FORLI’ - Il primo appuntamento del 2008 con il XIII ciclo della rassegna “Incontri con l’Autore” organizzata dalla Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì è fissato per giovedì 31 gennaio alle 20.30 al Teatro “Diego Fabbri” di Forlì con uno dei maggiori poeti viventi e, nel contempo, con il più grande poeta di tutti i tempi.


Protagonisti della serata saranno infatti Omero, mitico autore dell’Odissea, e Tonino Guerra, che del poema di Ulisse ha pubblicato per i tipi della Bracciali una riscrittura in dialetto romagnolo. Ma anche in italiano.


In dialetto perché la sua Odissea Tonino Guerra l’ha cominciata a vivere, quasi 70 anni fa, nel campo di concentramento di Troisdorf, dove iniziò a scrivere poesie in vernacolo per tenere compagnia a un gruppo di contadini romagnoli prigionieri come lui. Quelle poesie furono poi in parte raccolte, nel 1946, ne “I scarabocc”, prima testimonianza di quella produzione che sarebbe poi cresciuta fino a dare, con “I bu” del 1972, la conferma ultima della vanità di ogni distinzione tra poesia in lingua italiana e poesia dialettale sotto l’aspetto del valore letterario.


“Al lettore abituato al classicismo delle traduzioni mandate a mente fin dalla scuola – osserva Roberto Roversi nella prefazione al libro - questo credo risulti uno scossone imprevisto, uno srotolarsi di emozioni rinnovate. Perché adesso Ulisse non appare più come l’eroe mitico ma, senza perdere efficacia, niente di più e niente di diverso di un reduce scalcagnato e disperato della seconda guerra mondiale (proprio come Guerra, già citato), uscito da un lager e sbattuto qua e là dalle onde della sorte; perché Troia è l’Italia, è la linea gotica, è la Romagna devastata dalle armate che avanzano e retrocedono, e Ulisse adesso è Tonino Guerra appena liberato dalla prigionia e con la fame appena dimessa di mangiare anche le farfalle”.


“Non una traduzione – prosegue Roversi - ma il proprio cuore buttato sulla pagina per coprirla con l’ombra del ricordo. Ripeto ancora una volta: non sono più sulla spiaggia, sulla riva del mare, ma davanti ad una porta aperta di un casolare nella campagna romagnola, quasi in attesa di dare e ricevere non una palla ma una mezza pagnotta ed un bicchiere di vino. Un semplice soldato sporco e sfinito che ritorna dalla guerra. E poi Argo: è un lampo ma di stravolgente emozione. Uno traduce “Ed Argo allora lo prese il fiero destino di morte, subito dopo che ebbe veduto Odisseo dopo vent’anni”. E un altro “Ed Argo, poi ch’ebbe rivisto, dopo vent’anni, il suo caro padrone, ricadde e si stirò lungo lungo stecchito sul concio, ché la nera morte l’aveva raggiunto”.

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