LUGO - Berselli: quando l'Italia sognava la rivoluzione culturale

LUGO - Berselli: quando l'Italia sognava la rivoluzione culturale

LUGO – Sono passati quarant’anni dall’inizio della rivoluzione culturale del ’68 e oggi questa data viene studiata da molti intellettuali e ricordata assiduamente dai mezzi di comunicazione. Anche al “Caffè Letterario” di Lugo, presso l’hotel Ala d’Oro, questa sera alle 21, si parlerà del “decennio breve” assieme all’editorialista di Repubblica Edmondo Berselli che presenta il suo libro “Adulti con riserva. Com’era allegra l’Italia prima del ‘68”.


Edmondo Berselli racconta gli anni d’oro dell’Italia e lo fa con lo sguardo di chi è stato bambino e poi ragazzo in quell'età sospesa, quando il paese cambiava ogni giorno, nelle case, nelle famiglie, nel vivere. Qua e là, fra le pagine, si scorgono le forme della Vespa e della Seicento, i volti di Togliatti, Nenni e Fanfani, i gesti dei divi come Celentano e Claudio Villa, la televisione del "Musichiere", i giornali pettegoli come "Il Giorno", e le inchieste furibonde di Giorgio Bocca. Sfila, poi, la vita quotidiana, la scuola, i giochi, le biciclette, la piccola città. È naturale, quindi, che alle vicende della storia collettiva si accompagni con la cronaca di ogni giorno, con tutto lo stupore e il piacere per le novità inattese. In effetti, lo spartiacque è chiaro: da una parte c'è il vecchiume, il grigiore, il conformismo, mentre dall'altra le riforme, il colore, le vacanze, certi piccolissimi nuovi peccati. Senza trascurare che, dopo il miracolo economico e il centrosinistra, l'universo mentale di un mondo che si scopre "giovane" viene investito dall'ondata della musica beat. La provincia italiana avverte un'eccitazione generale; spira una brezza che porta le note profetiche di Bob Dylan, le canzoni dei Beatles, il ritmo dei Rolling Stones. È quasi una rivoluzione. Ingenua e trascinante, inconsapevole e irresistibile. Raccontare oggi come eravamo significa ritrovare l'autenticità un po' anarchica di quei giorni, quando la fantasia illuminava il presente e il futuro appariva così pieno di promesse. Ancora non si sapeva che di lì a poco, nei sottoscala del Sessantotto, la politica, il collettivo, il movimento, l'omologazione contestatrice e l'incombente rigore ideologico del Pci avrebbero spento la creatività e mortificato il felice individualismo dei ragazzi italiani qualunque.


Edmondo Berselli, nato a Campogalliano nel 1951, è giornalista e scrittore. Ha pubblicato nel 1995 il volume "L’Italia che non muore" e un saggio sull’eccentricità, "Il più mancino dei tiri", dedicato a Mario Corso, ripubblicato con una postfazione nel 2006. Tra i suoi libri recenti vanno ricordati inoltre: "Post italiani. Cronache di un paese provvisorio" e "Quel gran pezzo dell'Emilia. Terra di comunisti, motori, musica, bel gioco, cucina grassa e italiani di classe", entrambi per Mondadori (2004). Per l'editore Aliberti, nel 2005 ha pubblicato all’interno del volume collettivo "Mai dire mai a un martini dry", un racconto che ha per protagonista James Bond a Campogalliano. Nell'opera “Venerati maestri”, presentato al Caffè Letterario di Lugo il marzo dello scorso anno, Berselli traccia un ritratto ironico e spietato del decadente mondo culturale italiano, partendo dal paradigma di Alberto Arbasino: “In Italia c’è un momento stregato in cui si passa dalla categoria di bella promessa a quella di solito stronzo. Soltanto a pochi fortunati l’età concede poi di accedere alla dignità di venerato maestro”.

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