'Ndrangheta, collaboratrice di giustizia uccisa e sciolta nell'acido

'Ndrangheta, collaboratrice di giustizia uccisa e sciolta nell'acido

'Ndrangheta, collaboratrice di giustizia uccisa e sciolta nell'acido

MILANO - Uccisa e sciolta in un terreno a San Fruttuoso, nei pressi di Monza. E' la terribile fine di Lea Garofalo, 35 anni, ex collaboratrice di giustizia e compagna di uno dei soldati della faida dei calabresi di Petilia Policastro (Crotone) trapiantati a Milano. La donna era scomparsa il 24 novembre scorso. E' quanto emerge dall'ordinanza di custodia cautelare in carcere firmata dal gip milanese Giuseppe Gennari e notificata dai carabinieri di Milano a sei persone.

 

Le richieste sono state firmate dal procuratore aggiunto di Milano Alberto Nobili e dai pm Marcello Tatangelo (dda) e Letizia Mannella. Gli arresti sono stati eseguiti tra Lombardia, Calabria e Molise e sono in corso perquisizioni. Prima di essere assassinata e sciolta nell'acido in un terreno nell'hinterland milanese, sarebbe stata anche interrogata dai suoi assassini. Dei sei provvedimenti, uno è stato notificato in cella a Carlo Cosco, ex convivente della donna.

 

L'altro arresto riguarda Massimo Sabatino. I due erano già stati arrestati a febbraio per un precedente tentativo di sequestro, avvenuto a Campobasso nel maggio dell'anno scorso, con lo scopo di uccidere la Garofalo per vendicarsi delle dichiarazioni da lei rese agli inquirenti, a partire dal 2002, contro alcuni affiliati alle cosche della 'ndrangheta di Petilia Policastro (Crotone).

 

Gli altri quattro destinatari del provvedimento sono i fratelli di Carlo Cosco, Giuseppe detto Smith e Vito detto Sergio, e altre due persone, una delle quali accusata solo di distruzione di cadavere. La donna nel 2002 aveva iniziato a collaborare con l'Antimafia nelle indagini sulla faida tra i Garofalo e il clan rivale dei Mirabelli.

 

Secondo l'indagine, Carlo Cosco ha organizzato l'agguato teso alla donna proprio mentre questa si trovava a Milano con la figlia. Proprio con il pretesto di mantenere i rapporti con la ragazza, legatissima alla madre, Cosco ha attirato la sua ex nel capoluogo lombardo.

 

La distruzione del cadavere, per inquirenti e investigatori, ha avuto lo scopo di "simulare la scomparsa volontaria" della collaboratrice e assicurare l'impunità degli autori materiali dell'esecuzione. L'accusa di omicidio è stata ipotizzata con le aggravanti della premeditazione. A dare l'allarme per prima per la sparizione della donna era stata proprio la figlia della Garofalo e di Cosco.

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