Rapporto Caritas: crescono povertà ed emarginazione in regione

Rapporto Caritas: crescono povertà ed emarginazione in regione

BOLOGNA - Sempre più povertà ed emarginazione in Emilia-Romagna come conseguenza del perdurare della crisi economica e sociale che ha investito l’intera nazione negli ultimi anni. E’ quanto emerge nel Primo dossier regionale “Povertà e politiche sociali ” realizzato dalla delegazione regionale della Caritas. Dalle 17mila richieste di aiuto arrivate nel 2004 alla Caritas in regione, si è passati ai 21mila del 2005. Il 25% degli ‘utenti’ è di nazionalità italiana.


Se nel 2004 si sono rivolti ai 14 Centri di Ascolto delle Caritas diocesane presenti in regione oltre 17 mila persone bisognose, nel 2005 gli utenti hanno superato quota 21 mila. La stragrande maggioranza è di origine straniera (su quattro utenti, uno solo è italiano), dei Paesi dell’Est (55%) o del Nord Africa (33%). Se si prende in esame il solo dato di Bologna, emerge che il 50% degli immigrati in cerca di un sostegno non è in regola con il permesso di soggiorno: questo rende molto complessi i percorsi di sostegno.

Sono sempre più numerose le donne sole o le ragazze madri che chiedono aiuto alle Caritas. Si tratta spesso di giovani madri, che hanno gravi problemi economici e abitativi, molte delle quali non possiedono il permesso di soggiorno.

Prevalgono gli utenti che hanno un’età centrale (dai 25 ai 45 anni), anche se il dato si differenzia da provincia a provincia.


«L’Osservatorio delle povertà – spiega il delegato regionale della Caritas, don Gian Piero Franceschini – rivela che accanto alla tradizionale definizione di povertà si è fatta strada, anche nella nostra regione, la riflessione su ‘esclusione’ e ‘vulnerabilità sociale’, per cui qualunque persona che si trova in situazioni che limitino la sua dignità, di donna o di uomo, o che non possa esprimere le sue potenzialità, dal punto di vista sia materiale sia culturale e spirituale, deve essere oggetto della nostra attenzione di singoli e di comunità. Occorrono infatti comunità vigilanti per contrastare il pericolo strisciante di considerare normale ciò che un tempo era inaccettabile nel nostro territorio. Per questo servono comunità capaci di costruire proposte in rete con altre realtà del quartiere, riappropriandosi della propria responsabilità di cittadini».


Dai dati dell’Osservatorio regionale sulle povertà emerge una crescita costante del numero delle famiglie che si dirigono verso i Centri di Ascolto, come risultato di due fenomeni: i ricongiungimenti familiari e il reddito familiare insufficiente per sostenere le esigenze della famiglia stessa, come quello per esempio dell’affitto. In risposta a questa richiesta le politiche familiari della Regione dimostrano uno scarso investimento sulla famiglia sia come destinataria sia come protagonista degli interventi messi in campo.


La legislazione dell’Emilia-Romagna (analizzata nell’Osservatorio al capitolo 6) ha riguardato complessivamente 18 documenti – 9 leggi regionali, 7 delibere di giunta e 2 delibere dell’Assemblea legislativa – con lo scopo di individuare l’orientamento verso la famiglia in essa contenuto e nel capire quale spazio è riservato alla famiglia. Detto in altre parole, si è trattato di misurare la posizione culturale e operativa della Regione rispetto al riconoscimento del ruolo attivo delle famiglie e di verificare la relazione tra tale ruolo e la dinamica della sussidiarietà quale nodo strategico per dedurre la capacità di “produzione” di libertà e di “ben-essere” delle famiglie stesse.

I 18 interventi/servizi sono stati analizzati prendendo in considerazione 4 dimensioni: utenza/beneficiario, ossia a quale fascia di relazioni si rivolge l’intervento; processi di erogazione o dinamica della sussidiarietà, quali e quanti soggetti vengono coinvolti e come; strategia, quali sono le vie attraverso le quali l’intervento si dispiega; attività o azioni, quali sono le misure concrete realizzate per l’intervento.

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Il grado di familiarità delle politiche sociali della Regione Emilia-Romagna si attesta su 48,5 punti rispetto ai 100 complessivi. Ciò risulta come somma dei punteggi assegnati all’indicatore ‘beneficiari’ (14), di quello della ‘sussidiarietà’ (11,8), delle ‘strategie’ (11,9) e di quello delle ‘azioni’ (10,7). Un punteggio nettamente superiore rispetto a quello della Regione Sardegna (44,1), ma inferiore a quello ottenuto dalla Regione Lombardia (49,5).

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