Ravenna, Buccaneer. Parla Bartolotti: "Nessun riscatto è stato pagato"

Ravenna, Buccaneer. Parla Bartolotti: "Nessun riscatto è stato pagato"

I punti critici nella vicenda: silenzi, promesse di soluzione poi di nuovo fasi di stallo e attese. Soluzione data per imminente varie volte, poi lunghe fasi di stallo. Il contatto quotidiano dell'azienda con le famiglie. L'inopportunità di tentativi di ‘fabbricare notizie' a tutti i costi quando non ce n'erano. Non è stato pagato un riscatto. Chiesa e comunità locali strette attorno alle famiglie. Le prospettive di azione di Governi e degli armatori. Cosa c'è dietro il fenomeno? Ora il ritorno dei marinai alle famiglie, e, appena possibile, una gran festa.

  

"I punti critici nella vicenda- racconta Bartolotti- sono state la difficoltà di trovare interlocutori affidabili (si è subito scatenata una pioggia di proposte di intermediazione da parte di una quantità di soggetti e studi legali stranieri che assicuravano o millantavano contatti diretti) e la situazione politica e sociale di un'intera regione, in cui non è chiaro nemmeno chi dipenda da chi, chi sia indipendente da chi, e chi governi su chi. Non dimentichiamo che c'è stato anche un momento in cui il ‘Governo del Puntland' ha dichiarato ‘Macchè pirateria: abbiamo fermato noi la nave italiana perché aveva intenzione di sversare nei nostri mari dei rifiuti tossici' (intenzione di cui non è mai stato fornito alcun riscontro o almeno indizio, ma che è stata fatta pesare a lungo).

Poi le lunghe attese, i rimandi e silenzi che ricominciavano anche dopo che era assicurata una soluzione positiva entro poche ore. Abbiamo ricominciato tutto daccapo più volte, siamo stati ‘messi in attesa' (con attese inspiegabili e interminabili) più volte. L'ultima, lunga attesa, era dovuta certamente a rapporti

E tensioni tra i sequestratori.

 

L'accusa di ‘aver intenzione di sversare rifiuti tossici': un boccone amaro?

  

Prima sono venute le accuse di pesca senza permesso (in pratica furto di pesce alle popolazioni, in acque di cui si lamenta l'inquinamento, tant'è che i pescatori locali sarebbero spinti al business del sequestro dalla mancanza o insalubrità del pescato)  poi di ‘intenzione di sversare rifiuti nocivi', rimbalzate  a lungo sulla stampa, e riprese più volte anche dopo le spiegazioni e le smentite. Come abbiamo ribadito (noi e le Autorità competenti, dopo un loro controllo), un carico non dichiarato non sarebbe sfuggito né a Singapore, punto di partenza e porto molto controllato, né alle varie rilevazioni fotografiche e satellitari. Le rotte vengono dichiarate preventivamente e seguite dagli organi di controllo (Marine militari, Porti, capitanerie ecc.) sugli schermi, quindi una variazione (per caricare qualcosa) o un contatto con altre imbarcazioni non sarebbero sfuggiti, e ne rimangono a lungo i tracciati, ricontrollabili. I barili di rifiuti tossici non piovono dal cielo. I mezzi che ci sono stati sequestrati non sono attrezzati per caricare altro che strutture per l' offshore: facciamo lavori subacquei di precisione, non traffichiamo in nulla, la tutela dell'ambiente è una delle nostre punte di qualità aziendale,  e abbiamo grandi progetti (annunciati da tempo) nel settore delle energie rinnovabili. L'unico carico trasportato erano appunto le due chiatte, che andavano alle rispettive destinazioni di lavoro.

Ma un'accusa qualsiasi, la più grave in quelle zone, otteneva semplicemente il risultato di fornire un alibi demagogico al sequestro per lucro: non credibile, ovviamente, per chi conosce quelle realtà (e la nostra).

 

Si sono fatti vivi i sequestratori, o li avete trovati voi ?

Com'è avvenuto il contatto?

 

Attraverso intermediari da noi individuati, ricorrendo alle nostre conoscenze e alle nostre relazioni di lavoro. I canali contemporaneamente aperti erano diversi, su più coordinate, anche perché si è fatta avanti una quantità di personaggi, professionisti e studi professionali europei ed africani, a offrirsi di mediare vantando relazioni ‘giuste'. Non abbiamo escluso nessuna direzione che promettesse credibilmente una possibilità, che potesse confermarci le promesse e ci offrisse certezze sugli eventi a bordo, sulle reali condizioni in cui erano trattenuti i nostri uomini.

Ma tra i lati critici, con amarezza devo evidenziare alcuni picchi di pressapochismo e bassezza da parte di certa stampa e diffusione in Internet, dedita a fabbricare e diffondere ipotesi  e sospetti del tutto immaginari, oltre la fantascienza ma sotto il minimo e doveroso livello di competenza, di verifica, e di aderenza alla verità. Casi isolati, per fortuna, e ‘prodezze' di pochi: ma se ospitati sotto l'intestazione di quotidiani nazionali, e scatenati in ‘spazi di giornalisti', il più farneticante intervento in un blog può essere accreditato come informazione.

 

Ad alcuni argomenti non era possibile rispondere? Qualche risposta non poteva essere data?

  

Era in corso un'operazione diplomatica. Il pilota dell'elicottero che avrebbe paracadutato il riscatto sulla Stavanger ( ultima nave liberata) è stato raggiunto da un giornalista e gli è stato chiesto di raccontare l'operazione. Ha risposto con una verità lapalissiana: "No, perché in questo modo l'operazione non potrebbe più essere ripetuta".

 

Abbiamo letto di ultimatum e dichiarazioni esasperate: si sono mai stati reali momenti di allarme per la salute e le condizioni dell'equipaggio?

La nave è sempre stata osservata a poca distanza dagli uomini -e con tutti gli strumenti- dai mezzi navali della nostra Marina Militare e da altre navi, dal binocolo fino agli occhi elettronici dei sistemi satellitari. C'erano anche nostri osservatori in loco.

Anche quando si temeva che non venissero recapitati i medicinali per il secondo ufficiale, o quando si è parlato di mancanza di acqua e cibo, o quando si è parlato di ostaggi sbarcati e sparsi per il territorio somalo, c'è sempre stata l'osservazione e la rassicurazione da parte di vari osservatori in loco. Al massimo ci sono stati ritardi nel carico a bordo dei rifornimenti che abbiamo regolarmente inviato.

  

Ma...quello che tutti vogliono sapere è: è stato pagato un riscatto?

 

Non è stato pagato alcun riscatto, come già dichiarato il ministro Frattini.

 

I Suoi marittimi hanno raccontato come è avvenuto l'attacco, e come mai sono stati sorpresi/cosa non ha funzionato?

  

Non c'è ancora stato tempo: in queste prime ore  è prevalso il sollievo e la gioia, e in questo momento io sono in viaggio, per  incontrarli a Gibuti.

Ci sarà tempo per i racconti e per la ricostruzione degli avvenimenti da parte degli organismi competenti, e pensiamo che sia stata possibile  una serie di minime circostanze favorevoli ai sequestratori: un'onda, un cono d'ombra, il rilassamento dopo la comunicazione appena avvenuta con la nave- scorta. Pensiamo che ci sia stata una dose di fortuna nel ‘successo' del blitz.

Ma occorre calarsi nello scenario del mare, del movimento delle navi e in questo caso di un convoglio, dove le condizioni di visibilità e le variabili impreviste- rispetto alla terra- sono tante.

Anche la lunga attesa e la confusione/inattendibilità delle accuse, senza manifestare decisioni, addirittura con una sparatoria e un pirata morto nelle prime discussioni tra di loro sul da farsi (si è parlato di consultazione con i ‘consigli degli anziani' dei villaggi), fa pensare che il ‘colpo' abbia avuto un successo superiore alle aspettative e sia stato gestito alla giornata, improvvisando: insomma, bastava che incappassero in una maglia più stretta della rete di sorveglianza, e magari l'azione non sarebbe andata a compimento.

Forse sarebbe utile intensificare l'uso di elicotteri per sorvegliare le navi anche a vista; qualcuno dice ‘organizzare dei convogli'; qualcuno fa i conti e conclude che bisogna tornare a circumnavigare l'Africa, visto che la pirateria ha fatto lievitare i costi delle assicurazioni e che il passaggio di Suez è diventato troppo costoso Sulla stampa sono comparsi ipotesi di costi: intensificare la presenza militare costa sicuramente di più  che assegnare fondi alla Somalia perché controlli la pirateria e la contrasti efficacemente.

Il problema tuttavia è la nebbia politica in cui è immersa l'intera regione da decenni, la mancanza di autorità referenti, di una struttura statale, di leggi, di accordi internazionali: cosa che certamente non è del tutto casuale e conviene (fa il gioco) a vari interessi. L'ho detto e lo ripeto: il problema non si risolverà in mare, si può risolvere solo a terra.

E' anche una realtà di cui sappiamo poco: i gommoni dei pirati possono non essere rilevati dai radar, ma non possono compiere grandi distanze in velocità.

Non abbiamo identificato le navi-appoggio, né le loro possibilità di intercettazione delle nostre comunicazioni, anche se ne possiamo intuirne l'esistenza.

Le condizioni di povertà delle aree di provenienza e di azione dei sequestratori non spiegano le ricche dotazioni di armi e tecnologie.

Il fiume di denaro (120 milioni di dollari versati nel 2008 come riscatti) permette all'organizzazione grandi investimenti in tecnologia. E quello degli aiuti internazionali (213 milioni di dollari stanziati  solo nella conferenza UE il 23 aprile scorso come ‘sostegno al Governo somalo per il contrasto alla pirateria', a cui nel frattempo si sono aggiunti altri stanziamenti) innescano idee, astuzie e appetiti: nei covi dei pirati nascono ‘comitati di sorveglianza antipirateria' ....ma ‘stranamente' tra quelli che dovrebbero contrastare la pirateria ci sono anche i portavoce e i volti noti delle bande più temute. C'è chi sostiene  che il Puntland, territorio autoproclamato semi-indipendente, da cui partono le azioni di pirateria, voglia  almeno una parte di questi fondi assegnati alla Somalia. Il ghiotto business degli aiuti internazionali esercita una forte attrazione. Non dimentichiamo la proposta (emersa tra l'8 e l'11 maggio scorsi) e così riportata: "I pirati: pagateci, e ci faremo la guardia da soli" (Blitz quotidiano) e "Somalia: i pirati vogliono gli aiuti per combattere se stessi" (Limes).

 

Quando rivedremo l'ormai famoso Buccaneer in Italia?

  

Non abbiamo preso decisioni, perché la vicenda, e i quattro mesi trascorsi, hanno fatto saltare dei programmi di lavoro: che consistevano, essendo stato appena acquistato, di portarlo subito in Italia per sottoporlo a lavori di riqualificazione. Rimorchiava due bettoline (chiatte), dirette a degli impieghi per cui i programmi sono ovviamente saltati.

 

Programmi per i prossimi giorni?

  

Un po' di riposo per tutti, il ritorno dei marinai alle famiglie  che hanno tanto tremato per loro; ma è nei programmi anche una bella festa (non è stato ancora possibile individuare il luogo adatto, ma ci stiamo lavorando).

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