RAVENNA - Commercio e tutela dei centri storici, lettera aperta di Confesercenti

RAVENNA - Commercio e tutela dei centri storici, lettera aperta di Confesercenti

RAVENNA - E’ uscito lunedì 28 maggio sull’inserto economico di Repubblica un articolo del sociologo Giampaolo Fabris che contiene alcune considerazioni che mi pare utile portare al dibattito locale.


Il tema è quello della tutela dei centri storici; tema che ormai costituisce quasi materia a sé tanto è diventato argomento di discussione costante degli ultimi anni: non esiste infatti sindaco di città italiana e associazione dei commercianti che non abbia a cuore e punti “alla valorizzazione del nostro meraviglioso centro storico culla della nostra storia”. Ora il problema è che spesso tali affermazioni di principio e di volontà di fare rimangono pure espressioni retoriche.


Fabris partendo dal caso di Milano in cui sta per chiudere l’insegna Collini - un negozio storico che esiste da 123 anni, e il motivo è sempre lo stesso: richiesta di un affitto non più sostenibile dal tipo di merceologia - affronta la grande questione della omologazione dello scenario distributivo del nostro paese, in cui le grandi catene e i grandi marchi comprano gli spazi commerciali delle città. L’appello che lancia alle amministrazioni comunali e alle associazioni di categoria è: ”anziché piangere sul latte versato bisogna attivare una vera mobilitazione per salvare quello che c’è”.


Si tratta di un aspetto su cui la mia associazione ha chiesto un impegno prioritario nell’interesse generale della città, dal momento che esula dal solo interesse di bottega proprio di Confesercenti; nelle osservazioni al PSC del settembre 2005 – e ribadite nel documento consegnato all’appena insediato nuovo sindaco – così scrivevamo: “una realtà come quella ravennate deve fare, il soggetto pubblico così come l’operatore economico, della ricerca della differenziazione, della specificità, dell’unicità i tratti distintivi anche se non esclusivi del proprio lavoro e questo anche per affermare una identità nei confronti dell’esterno” (pag.4).


Puntare sulla varietà e sulla differenziazione dell’offerta costituisce un plus identitario spendibile anche in chiave turistica, in modo che il visitatore non abbia quella spiacevole sensazione di non riuscire a ricordarsi la città, tanto il senso di straniamento derivante dal fatto di ritrovare le stesse vetrine della città in cui abita o che ha qualche tempo prima visitato.


E’ bene dire che nella nostra rete commerciale i motivi per gridare al dramma non ci sono ma per invocare un allarme e vigilare ci sono tutti; il commercio in centro storico tiene, seppure con difficoltà e pure con pezzi di sofferenza; negli ultimi anni la faccia del commercio è cambiata, ci sono meno commercianti indipendenti e più insegne a succursale o in franchising, però molte insegne storiche per es. dell’abbigliamento sono ancora presenti e anzi in molti casi hanno acquistato altri spazi, altre insegne storiche hanno chiuso ma questo perché in alcuni casi non sono riuscite ad intercettare il nuovo che avanzava; rispetto ad una vulgata del piagnisteo che si preoccupa della chiusura di molte attività è bene far notare che nelle vie centrali non ci sono tanti locali sfitti: il turnover è un segno di dinamismo del mercato. E’ anche del pari vero però che i tempi di subentro di una nuova impresa si sono allungati e in vie leggermente decentrate rimangono per più tempo sfitti i locali.


Nella nostra città resistono molti piccoli negozi gestiti dal titolare con una o due persone di supporto perché si stabiliscono relazioni umane e di sintonia che vanno al di là del semplice rapporto venditore-cliente; ma anche perché nella nostra città c’è fortissima una voglia del bello, del sentirsi bene con se stessi, dell’essere in sintonia con i tempi, della ricerca dell’oggetto particolare e non banale: tutte caratteristiche di quel tipo di consumatore postmoderno su cui le migliori imprese commerciali hanno posizionato il proprio business.


Come fare allora a garantire varietà e differenziazione e non aspirare a diventare come Venezia? Uscendo dalla distinzione ormai astorica tra dirigisti e liberisti vecchia maniera: c’è bisogno di pragmatismo creativo.


Se il problema è nei termini sopra descritti bisogna trovare il modo di regolare il numero e l’ubicazione di alcune attività ritenute di “pubblica utilità”; si proprio così, alcune attività “devono essere considerate le public utilities della società post-industriale”.


C’è la strada della vocazione merceologica, con vincoli di destinazione d’uso – se prima c’era un macellaio o un negozio di alimentari anche il nuovo affittuario deve rispettare tale merceologia.


C’è poi la possibilità sulla base dell’art. 10 della L. Regionale 14/99 di definire sulla base di alcuni requisiti di “bottega storica” contributi e sgravi fiscali per le imprese commerciali e artigiane che vi rientrano, così come stabilito dal recente bando della Provincia di Bologna.


In ogni caso se lo si ritiene un problema della città, se non contingente ma comunque di prospettiva è giusto che lo si affronti per tempo.


C’è un patrimonio di competenze e conoscenze che non può andare disperso, perché come ci ricordava recentemente Michele Serra nella sua esperienza personale di consumatore in questo modo scompaiono i mestieri; avere di fronte una persona non preparata è il rischio di una società che a monte è alla ricerca costante di tagliare i costi e pone sullo stesso piano delle vittime di questo meccanismo il venditore e il consumatore.


Lo sforzo che le associazioni di categoria insieme al Comune devono fare è quello che il nostro centro storico – la nostra città – anche in chiave turistica definisca un orizzonte strategico di scelte che si pongano l’obiettivo assolutamente moderno di tutelare e valorizzare ciò che presenta due qualità: unicità e identità.


Gianluca Gasperoni

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Presidente Comunale Confesercenti Ravenna

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