Ravenna, ora è ufficiale: ritrovati i resti umani del Caravaggio

Ravenna, ora è ufficiale: ritrovati i resti umani del Caravaggio

Ravenna, ora è ufficiale: ritrovati i resti umani del Caravaggio

RAVENNA - La grande avventura scientifica è felicemente giunta al suo traguardo. La proficua integrazione fra i risultati dell'indagine storiografica e gli esiti delle ricerche di biologia scheletrica, nonché delle tecnologie per l'accertamento dei metalli pesanti nelle ossa, delle analisi dei sedimenti terrosi, della datazione con il carbonio quattordici, e, per finire del Dna, hanno contribuito a dipanare la complessa matassa del ritrovamento del luogo di sepoltura e dei resti mortali di Caravaggio.


FOTOGALLERY (di Massimo Argnani)

 

La ricerca, suddivisa in tre fasi, la prima basata su una rigorosa indagine storico-documentaria guidata da Silvano Vinceti, Presidente del Comitato Nazionale per la valorizzazione dei beni Storici, Culturali e Ambientali, la seconda su un'accurata analisi antropologica, archeometrica e genetica e, infine, la terza sulla sintesi e integrazione fra i risultati emersi dai diversi approcci, si è rivelata vincente.

 

Dopo più di un anno di lavoro l'équipe scientifica, guidata dal Prof.Giorgio Gruppioni, professore a Ravenna al Dipartimento per la Conservazione dei Beni Culturali dell'Università di Bologna, per le analisi antropologiche, genetiche e istologiche, è arrivata a poter affermare che i resti ossei di uno degli individui ritrovati nella cripta della Chiesa del Cimitero di Porto Ercole appartengono a Michelangelo Merisi da Caravaggio con una probabilità del 85%. Alla ricerca ha partecipato anche l'Università del Salento, rappresentata dal Prof. Lucio Calcagnile, per la datazione dei resti ossei col Carbonio 14, e la collaborazione del Centro Ricerche e servizi ambientali di Marina di Ravenna..

Pur con la precauzione e la relatività propria di ogni conclusione scientifica, lo storico può affermare di avere trovato i resti mortali di Michelangelo Merisi detto il Caravaggio.

 

I dati storici inerenti il nucleo originario dell'antico cimitero di San Sebastiano, e richiamati nella disposizione del 1629 del vescovo Scipione Tancredi, si sono rivelati fondamentali per indirizzare e sostanziare la ricerca. In base a essi si è potuto ricostruire che nel 1929 i resti di alcuni inumati, precedentemente sepolti nel cimitero di San Sebastiano, vennero collocati in una profonda fossa comune situata nello stesso luogo in cui, nel 1956, avvenne il disseppellimento di una buona parte di quei resti mortali. Queste informazioni si erano rivelate fondamentali per suffragare alcuni risultati della ricerca antropologica. Anche la scelta, di non limitarsi al solo esame del Dna ma di ricercare altre prove e ulteriori indizi utili alla identificazione dei resti, nasceva dalla consapevolezza delle difficoltà di arrivare a effettuare un confronto stringente fra il Dna estratto dai presunti resti di Michelangelo Merisi con parenti certi del pittore. In effetti le ricerche volte al ritrovamento delle sepolture dei suoi familiari più stretti, in particolare del fratello e dello zio, entrambi sacerdoti, erano state infruttuose, come vane si erano rivelate le indagini condotte nell'archivio della chiesa parrocchiale di Caravaggio nel tentativo di ricostruire una ininterrotta discendenza matrilineare a partire dalla sorella del pittore.

 

Occorreva perciò acquisire una serie di dati che potessero permettere di giungere ugualmente a delle conclusioni, anche nel caso che l'analisi del Dna non avesse fornito un risultato pienamente risolutivo, come era da attendersi da un confronto fra il Dna estratto dai reperti recuperati dal cimitero di San Sebastiano e quello ottenuto da soggetti che con il Caravaggio avevano in comune il solo cognome (Merisi o Merisio) e, in virtù di questo, forse, parte del Dna.

 

In questa situazione si è rivelata fondamentale, innanzitutto, la corrispondenza che si è potuta ricercare fra i dati storico-biografici e i risultati dei diversi esami compiuti sui resti ossei.

Alcune attendibili informazioni storiche descrivono il pittore lombardo fisicamente «grande» e di corporatura robusta, dunque si è ritenuto fosse un uomo di altezza superiore al metro e settanta. Fra gli inumati i cui resti sono stati recuperati a Porto Ercole, più di uno rispondeva a questo requisito. Fra questi anche un individuo, sicuramente adulto e di sesso maschile contrassegnato, nella catalogazione effettuata in laboratorio, con il numero 5.

 

Un altro dato è emerso dall'incrocio delle informazioni storiche con le risultanze scientifiche. I resti di Caravaggio erano finiti nella «fossa profonda» voluta dal vescovo, dunque le ossa del pittore andavano ricercate fra quelle provenienti dagli strati più profondi del vecchio cimitero. A questo riguardo, l'esame della natura chimica e pedologica dei terreni sedimentati sui resti ossei e quelli campionati nel vecchio cimitero ha dimostrato che il reperto numero 5 proveniva proprio da un terreno povero di elementi organici, in tutto assimilabile a quello dei livelli più profondi e dunque più antichi del cimitero.

 

Ma anche il mestiere di pittore poteva fornire qualche indizio identificativo utile. Caravaggio usava colori a olio in grande quantità, senza la minima precauzione, anzi, come riporta lo storico Bellori, viveva in ambienti sporchi, consumava i suoi pasti su una tela dipinta ed era sempre imbrattato di colori. Tra questi certamente il bianco, la cosiddetta «biacca», a base di carbonato basico di piombo. Per questo il rinvenimento nelle ossa di un'alta quantità di piombo, come quella riscontrata nel caso del reperto numero 5, si è rivelato un indizio di notevole importanza. Nella Porto Ercole dei primi anni del Seicento vi era una forte presenza dei dominatori spagnoli, la popolazione autoctona era composta da uno sparuto gruppo di marinai e fra loro non risulta che vi fossero pittori di professione. Fra gli stranieri che approdarono su quelle coste, molti dei quali sono riportati nei Libro dei morti, non figurano pittori. Anche se la biacca usata dai pittori non doveva essere l'unica causa di contaminazione da piombo, il ritrovamento nelle ossa di una quantità elevata di questo elemento rappresentava un dato che ben si poteva associare, insieme agli altri che man mano si andavano accumulando, ai resti di Caravaggio. Tra l'altro, i livelli elevati di piombo nelle ossa combaciavano con l'ipotesi del saturnismo, il cosiddetto «morbo dei pittori», del quale si era sospettato soffrisse il Merisi.

 

L'esame dell'età alla morte degli inumati dedotta in base ai caratteri diagnostici dello scheletro e, in particolare, attraverso l'esame istologico del tessuto osseo, era un'altra prova che avrebbe ulteriormente concorso al processo identificativo. In effetti, i resti ossei contrassegnati con il numero 5 erano riconducibili a un individuo morto a un'età prossima ai trentotto-quarant'anni e Caravaggio morì nel corso del trentanovesimo anno della sua vita.

 

La datazione dei reperti mediante il carbonio quattordici ha fornito un'ulteriore indispensabile prova, dimostrando che fra tutti i reperti compatibili recuperati a Porto Ercole solo il numero 5 rientrava in un range temporale compatibile con il 1610, anno in cui il Caravaggio morì.

 

L'ultimo esame, quello del Dna, pur con il limite di un confronto più labile con soggetti che portano lo stesso cognome del pittore e non con soggetti strettamente imparentati, nei confronti fra i profili genetici ottenuti dagli individui isonimi (Merisi e Merisio) e dai reperti scheletrici, hanno portato a riconoscere nel reperto numero 5 un profilo compatibile con l'appartenenza di quest'ultimo a un individuo del medesimo ceppo familiare.

 

Assumendo che fra i reperti scheletrici recuperati a Porto Ercole fossero presenti anche quelli del Caravaggio, combinando i risultati di tutte le prove condotte e gli indizi raccolti, la probabilità che i reperti contrassegnati con il numero 5 siano effettivamente attribuibili a Michelangelo Merisi è dell'85 per cento.

 

II metodo che abbiamo scelto di adottare è molto simile a quello che negli ultimi tempi ha consentito la risoluzione di grandi casi delittuosi, o di scoprire verità mai emerse che hanno costretto tanti cittadini innocenti a passare gran parte della loro vita in un carcere.


Commenti (1)

  • Avatar anonimo di emanuele
    emanuele

    Si Si... Ci crediamo :-O

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