Ravenna, outlet aperto di domenica. Infuria la protesta dei commercianti

Ravenna, outlet aperto di domenica. Infuria la protesta dei commercianti

Foto di repertorio-399

RAVENNA - Il nascente outlet sulla Naviglio fa discutere. La Confesercenti ha infatti inviato una lettera alle istituzioni locali e alle Regione su un problema che i commercianti definiscono "dirompente e di interesse generale". Confesercenti si schiera contro la liberalizzazione delle aperture domenicali dell'outlet, un provvedimento che - si legge nella lettera - "si ripercuoterebbe pesantemente sulla rete commerciale di tutta la Romagna. Un colpo terribile in particolar modo alle attività dei centri storici".

 

 

Questo il testo integrale della lettera che la Presidenza Provinciale della Confesercenti ha inviato nei giorni scorsi alla Regione, alla Provincia e a tutti i Comuni della provincia.

 

"La Presidenza Provinciale della Confesercenti con questa lettera aperta chiede l'interessamento e l'intervento delle istituzioni locali su un nuovo e dirompente problema di interesse generale.

 

A fronte della consistente novità propostaci nei giorni scorsi dall'Amministrazione Comunale di Faenza, circa la volontà di procedere ad una sostanziale modifica del regolamento relativo agli orari per arrivare ad una liberalizzazione delle aperture domenicali stravolgendo e calpestando la normativa regionale relativa alle deroghe per le città d'arte, il tutto in funzione del nascente outlet sulla Naviglio, riteniamo necessaria una immediata azione da parte dei Comuni e delle istituzioni della nostra Provincia per fermare le aperture domenicali e festive della nuova struttura.

 

Qualora una siffatta ipotesi fosse messa in atto avremmo: da un lato riflessi pesanti su tutta la rete commerciale, non solo della Provincia, ma di tutta la Romagna, con un colpo terribile alle attività commerciali dei centri storici in particolare, una autentica rivoluzione nella spesa dal lunedì al sabato ancora e molto più pesante dell'impatto degli stessi iper; dall'altro rischia, anzi metterebbe in moto una pressione tra le grandi strutture per avere uguali opportunità (ora inibite in provincia  e non solo) e una rincorsa tra queste attività di forte gravitazione.

 

Tutto questo non faceva e non fa parte né degli incontri elettorali, né degli strumenti di programmazione a partire dal P.T.C.P. e dalla variante commerciale adottata, per quanto da noi non condivisa, né degli atti locali vigenti relativi alle aperture e agli orari delle attività commerciali.

 

Non si possono modificare gli equilibri commerciali di un intero territorio per inseguire e rispondere agli interessi unici ed esclusivi di una sola struttura commerciale e di un solo Comune. Già è stata ed è fortemente sbagliata la scelta di autorizzare l'outlet, di cui non c'è alcun bisogno, ancor più lo sarebbe la sua apertura domenicale e festiva in una zona che non ha peraltro nessuna caratteristica di zona d'arte.

 

La deroga che viene consentita dalla Legge regionale per le città d'arte (vere) ha ben altri requisiti e risponde ad altre necessità e a zone circoscritte e motivate. Niente a che fare con la zona scelta per l'Outlet.

 

A questo punto spetta anche ai Comuni e alla Provincia prendere in mano la partita e assumere a nostro avviso un'iniziativa forte anche a tutela e difesa della propria stessa programmazione commerciale e turistica. Le regole non si possono stravolgere a discrezione e piacimento di qualcuno. Non c'è perequazione che tenga in proposito e men che meno una "modernità" da introdurre.

 

La perdita di imprese, di lavoro, di socialità non eguaglia e non corrisponde certo a qualche migliaia di euro di cui non è sicura neanche la destinazione. Il bacino di utenza di questa struttura anche per come è stata pensata e progettata coinvolge per intero tutta la provincia e se realizzata come da progetto porterà ad un consistente ridimensionamento della rete commerciale, (a partire da abbigliamento e calzature ed extraalimentare), di quella che si rivolge alla stessa fascia medio alta.

 

Se questa scelta va avanti si deve sapere che si produce anche uno strappo profondo con i centri delle città, con le imprese del settore e con le loro associazioni di rappresentanza che non possono essere su questo continuamente ignorate e calpestate.

 

Lo strappo produrrebbe conseguenze a catena nei rapporti e nel confronto sullo sviluppo del nostro territorio, nella stessa prossima Conferenza Economica Provinciale di dicembre. E' impensabile e altamente contraddittorio  ragionare di azioni per i centri urbani e di sviluppo compatibile se si praticano politiche così dirompenti e controproducenti. E' la premessa che è sbagliata e fasulla in nome di una presunta modernità che si insegue.

 

Che senso assumerebbero le stesse scelte locali fatte da molte amministrazioni, di equilibrio e ponderazione nella programmazione del proprio territorio e della stessa rete commerciale di fronte a quella di un altro comune che si "mangia" tutti gli altri forzando a piacimento le stesse regole regionali.

 

L'ipotesi presentata dal Comune di Faenza sulle aperture domenicali dell'outlet e della nuova città d'arte estesa anche nelle zone agricole e produttive (lì dove non vi è nessuna caratteristica d'arte) va fermata subito e messa in discussione.

 

Questa è la richiesta motivata che avanziamo come Associazione non solo per la rete commerciale esistente, ma soprattutto per tutelare sia il territorio che la qualità della vita delle persone che vi abita.

 

Al di là delle posizioni diverse che abbiamo avuto sul Piano Provinciale del Commercio, oggi è necessario un atto politico e di responsabilità forte che ripristini correttezza e garantisca l'equilibrio nello sviluppo delle nostre comunità e della rete commerciale in particolare.

 

Già, oggi e senza le nuove strutture di Faenza, come hanno evidenziato i dati presentati nei giorni scorsi dall'Osservatorio Regionale sul commercio sia nell'alimentare, che nell'extralimentare superiamo nella Provincia di Ravenna la media regionale di mq. di superficie di vendita per abitante; ora non si può squilibrare oltre la competizione e l'assetto della rete distributiva e del servizio ai consumatori. Non è certo un problema locale come qualcuno pensa di fare passare.

 

Certo che occorre mettere mano alle normative regionali, (rivedendole e precisandole), oltre che nazionali (es. serve una norma cogente sugli outlet), ma questo non può costituire un alibi per andare avanti a prescindere o per fare passare quasi alla chetichella scelte dolorose, desertificanti e che cambiano la competitività, le relazioni e le vocazioni di un territorio. Ma intanto le bocce vanno mantenute ferme sospendendo e fermando questa assurda proposta stante peraltro la consapevolezza che questa aprirebbe una autentica burrasca economica, politica e sindacale. La competizione deve rimanere alla pari e non sproporzionata se non lesa dalle politiche pubbliche.

 

Da non sottovalutare che un altro pericolo in tal senso arriva al confine regionale del ferrarese dalla scelta (autorizzata dalla Regione Veneto) del comune di Occhiobello di consentire l'apertura di un altro outlet che punta anch'esso al nostro bacino d'utenza. Motivo in più per attivare tutte le energie pubbliche e private e le istituzioni affinchè siano cambiate e non accettate in silenzio queste presunte scelte di liberalizzazione derivate dalle normative europee su cui peraltro altri si stanno ravvedendo o hanno normative ben più restrittive sugli orari dei nostri (Germania in testa).

 

Va peraltro evidenziato che la stessa filosofia dello Small Bussiness Act prevede e sancisce che ogni intervento rilevante nel territorio debba prima essere valutato alla luce del potenziale impatto prodotto. E' stato così? Sono naturali alcuni seri interrogativi che avanziamo.

 

E' questo lo sviluppo che le istituzioni vogliono per il nostro territorio? Cementificazione continua a scapito della campagna, impermeabilizzazione estesa, traffico veicolare diffuso, tutti a fare la spesa, se non lo shopping con l'auto che viene incentivata, spostamenti degli assi di gravitazione, grande distribuzione che cresce e decide, inquinamento in aumento (a proposito di chiusura al traffico dei centri), desertificazione nei paesi e poi nei centri urbani? (altro che coesione sociale e socialità?!). E l'ambiente?,la qualità della vita delle persone e del territorio dove vanno a finire? E quali i costi sociali di queste scelte? Cosa consegniamo ai giovani del domani, alle famiglie  e agli anziani di oggi (1/4 della popolazione a cui poi si dovrà pensare per la spesa?) E' sviluppo moderno e avanzato puntare tutto sul portare le famiglie agli acquisti e allo shopping nell'outlet la domenica? Ha senso (e con quali costi?) cambiare in peggio la vita del territorio per qualche migliaia di euro di finanziamento  aggiuntivo ai bilanci locali.

 

E domani chi né pagherà i costi sociali, senza considerare peraltro i minori introiti locali che ne deriveranno in futuro dal ridimensionamento delle imprese che si produrrà. Per questo il tema non è faentino, riguarda tutti e il futuro che si vuole costruire che non può esser delegato e condizionato dalle scelte unilaterali di un Comune, di qualche Comune. Anche i cittadini vanno coinvolti e devono farsi sentire dato che si profilano minori servizi nei paesi e nelle città.

 

Le nostre riflessioni e richieste, per quanto valutazioni di ragioni di impresa, sono funzionali a mantenere un tessuto economico e sociale vivibile ed equilibrato per le nostre comunità nell'interesse dei nostri concittadini.

 

Le istituzioni conoscono e hanno verificato l'andamento delle imprese del settore commerciale di questi 2 anni? (-144 nel 2009 il saldo tra cessate ed iscritte e - 152 nei primi 9 mesi del 2010) delle centinaia di aziende chiuse, quasi sempre in un silenzio assordante e spesso avvilente per chi le ha vissute e le vive sulla propria pelle con situazioni difficili e con drammi personali e familiari.

 

Non accettiamo e non è giusta in proposito neanche la pesante e impropria utilizzazione della grave situazione dei dipendenti dell'Omsa per motivare una scelta così mortificante, per quanto riteniamo che debbano essere considerati alla stessa stregua anche i dipendenti oltre che i titolari delle attività commerciali costretti alla chiusura o al ridimensionamento aziendale, di cui non si tiene quasi mai conto. I commercianti che chiudono e i loro dipendenti che cessano il lavoro sono forse figli di un dio minore?

 

La necessità di un intervento immediato è dettata anche dai tempi velocissimi che il Comune di Faenza ha annunciato con l'intento di portare la scelta in Consiglio Comunale a metà  novembre.

 

In proposito, come avrete visto, c'è una ferma posizione comune delle due associazioni faentine del commercio. Non possiamo aspettare impotenti o piangere dopo. E' questo il momento di farsi e farci sentire, almeno sulla domenica".

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