Santa Sofia: monumento e spettacolo per Guelfo Zamboni

Santa Sofia: monumento e spettacolo per Guelfo Zamboni

SANTA SOFIA - Guelfo Zamboni è uno di quei personaggi che in molti, oggi, vorrebbero annoverare tra i propri concittadini. Console Generale d'Italia a Salonicco, negli anni tragici della persecuzione nazista riuscì a salvare centinaia di ebrei, tanto da essere insignito del titolo di "Giusto fra le Nazioni" dallo "Yad Vashem" di Gerusalemme.

Questo tenace emulo di Oskar Schindler (noto dal mondo grazie al film "Schindler's List"), era nato in Romagna. A Santa Sofia (Fc), nel 1897. Anche Zamboni aveva stilato la sua lista, fatta di ebrei italiani in regola dal punto di vista burocratico e di altri ebrei ai quali aveva rilasciato certificati di cittadinanza "provvisoria", inventando legami familiari per salvarli dalla deportazione ad Auschwitz e Treblinka. Era la primavera del 1943: i tedeschi avevano occupato parte della Grecia, Salonicco compresa, e dalla cosiddetta "Gerusalemme dei Balcani" facevano partire treni carichi di ebrei.

Guelfo Zamboni, console del regime fascista, seppe contrapporre alla barbarie la propria coscienza. E come lui fecero il console che gli succedette, Giuseppe Castruccio, i diplomatici del consolato a Salonicco, l'ambasciatore ad Atene Pellegrino Ghigi, riusciti ad insinuarsi nelle maglie della burocrazia pur di salvare vite umane.

La storia di Zamboni, studiata dallo storico israeliano Daniel Carpi, è divenuta oggi un'opera teatrale diretta da Ferdinando Ceriani, "Salonicco 43", interpretata da Massimo Wertmüller, Carla Ferraro ed Evelina Mehnagi. Debuttato nel settembre scorso a Tel Aviv, lo spettacolo arriverà anche Santa Sofia, in occasione delle celebrazioni per ricordare la figura di questo nobile concittadino a cui viene oggi dedicato un monumento, con scoprimento fissato per il 15 marzo.

Il regista Ceriani, affiancato dal responsabile della rappresentazione Carlo Mosso, sarà a Santa Sofia venerdì 13 febbraio, per un primo sopralluogo che permetterà di mettere a punto, assieme all'amministrazione comunale, il programma delle celebrazioni dedicate a Guelfo Zamboni.
Il 13 febbraio a Santa Sofia arriva anche il professor Franco Bonilauri, direttore del Museo Ebraico di Bologna. Il museo (a Bologna in via Valdonica) presenta fino al 2 marzo una mostra che vede Zamboni tra i protagonisti, dal titolo "Ebrei di Salonicco 1492 - 1943. La diplomazia italiana e l'opera di rimpatrio".  
 
 
Guelfo Zamboni (1897 - 1994)
 
Console Generale d'Italia nella Grecia occupata dai tedeschi, Guelfo Zamboni giunse a Salonicco nel febbraio 1942, la città in cui risiedeva una comunità di ben 56.000 ebrei sefarditi. Il Ministero degli Esteri lo aveva scelto per quell'incarico essendo stato, dal 1936 al 1941, il vice ambasciatore italiano a Berlino e conoscendo quindi i piani che i nazisti stavano attuando e che avevano in animo di attuare per giungere alla cosiddetta "soluzione finale del problema ebraico". Dal marzo del 1943 iniziarono, infatti, le deportazioni; a turni gli ebrei di Salonicco vennero trasportati nei lager di Auschwitz e Treblinka e uccisi nelle camere a gas.
Se ne salvarono soltanto ottocentocinquantuno. Duecentottanta di loro debbono la vita all'opera del console Zamboni e del suo staff. Affiancato da coraggiosi collaboratori come il capitano Lucillo Merci e il vice console Riccardo Rosemberg, Zamboni fece infatti rilasciare certificati "provvisori" di nazionalità italiana a quanti più israeliti gli fu possibile.
 
Guelfo Zamboni era nato nel 1897 a Santa Sofia di Romagna, in quel tempo provincia di Firenze. Era il minore di otto fratelli di una famiglia povera. Rimase orfano da bambino; per diplomarsi geometra fece immensi sacrifici. Solo più tardi si laureò in Economia a Commercio.
 
Giunto nel febbraio del 1942 a Salonicco, in zona greca occupata dai tedeschi, per alcuni mesi riuscì ad evitare che gli alleati trattassero gli ebrei della città come nei mesi precedenti avevano trattato gli ebrei polacchi e ucraini. Ma agli inizi del 1943 fu costretto a limitarsi alla protezione degli ebrei italiani, dopo che Eichmann aveva mandato il suo vicario ad Atene per la deportazione della comunità di Salonicco.
 
Zamboni organizzò allora una tradotta che parte da Salonicco nella notte del 15 luglio, consentendo la fuga degli ebrei italiani verso Atene. E fece carte false - letteralmente - affinché sul treno della salvezza salissero anche varie decine di ebrei che italiani non erano affatto, ma a cui il console aveva riconosciuto la cittadinanza con il pretesto di chissà quali legami familiari. Per strapparli alla deportazione, Zamboni scrisse numerosissimi telegrammi al Ministero degli Esteri, svegliò nel pieno della notte il capo della rappresentanza italiana e riuscì a procurare documenti di identità falsi a 281 ebrei per raggiungere Atene, situata nella zona d'occupazione italiana, permettendo loro di sfuggire al controllo tedesco e quindi alla deportazione.
 
Zamboni muorì nel 1994 a Roma; nel 1992 gli era stato conferito il titolo di "Giusto fra le Nazioni" dallo "Yad Vashem" di Gerusalemme. L'operato di Zamboni è stato descritto da un suo collaboratore, Lucillo Merci, in un diario poi ripreso da Daniel Carpi, storico israeliano di origini italiane. In un saggio pubblicato dall'Università di Tel Aviv Carpi ha ricostruito, sulla base dei documenti trovati presso l'Archivio del Consiglio generale d'Italia a Salonicco della Farnesina, i due anni e mezzo intercorsi tra l'arrivo dei tedeschi nel 1941 e la pressoché totale distruzione della comunità ebraica nel 1943.
 
Circa 300 ebrei greci dovettero la propria salvezza al coraggio di Guelfo Zamboni che ai parenti, finita la guerra, non raccontò mai ciò che aveva fatto in quegli anni. E quando gliene chiedevano conto la schiva risposta era sempre la stessa: «Ho fatto soltanto il mio dovere». Ascoltando la propria coscienza.     

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