Sono 142 le donne detenute in Emilia Romagna

In Emilia-Romagna, sono cinque gli Istituti penitenziari con sezioni femminili, con un dato complessivo, alla data attuale, di 142 donne detenute: Bologna (60), Modena, Reggio Emilia, Piacenza e Forlì

Desi Bruno, Garante dei diritti delle persone private della libertà personale per la Regione Emilia-Romagna, è stata invitata a riferire la situazione della presenza femminile nelle carceri della regione all’interno della commissione per la Promozione di condizioni di piena parità tra donne e uomini. L’assunzione di questi dati informativi è preliminare alla predisposizione di una risoluzione che la commissione intende sottoporre all’esame dell’Aula, ha detto in conclusione la presidente Roberta Mori.

In Italia, la percentuale di donne sul totale della popolazione carceraria oscilla fra il 4 e il 5%. In Emilia-Romagna, sono cinque gli Istituti penitenziari con sezioni femminili, con un dato complessivo, alla data attuale, di 142 donne detenute: Bologna (60), Modena, Reggio Emilia, Piacenza e Forlì. Circa il 50% è di nazionalità straniera. Dal 2009, dopo la chiusura della sezione dedicata alla Dozza, non ci sono più donne detenute per reati di stampo mafioso. Le presenze sono legate innanzitutto allo spaccio di droga , alla prostituzione e a reati contro il patrimonio; una esigua minoranza di donne deve scontare la pena per reati di sangue (delitti contro la persona).

La Garante ha evidenziato come alle donne detenute si associno frequentemente situazioni di abbandono dei figli, fino al rischio della perdita della potestà genitoriale, segnalando la necessità di rendere concrete le varie forme di custodia attenuata, previste dalla legislazione più recente. Per numeri assoluti e per caratteristiche, infatti, le donne detenute pongono minori problemi di vigilanza. Già la legge 40/2001 ha cercato di porre rimedio, imponendo di non applicare la custodia cautelare in carcere alle donne incinte o con prole di età inferiore a 3 anni e allargando le maglie delle misure alternative.

La Legge 62/2011 ha portato a 6 anni il limite di età dei minori previsto perché possano rimanere con le madri, e il giudice ha la facoltà di disporre la custodia cautelare presso istituti a custodia attenuata, sempre che non ci sia un giudizio di pericolosità sociale. Ma oggi, in Italia, esiste solo un istituto con queste caratteristiche, a Milano, con personale non penitenziario all’interno: la legge prevede che solo a decorrere dal 1 gennaio 2014 si darà vita a istituti a custodia attenuata per ospitare madri e figli. Quanto alla presenza di bambini in carcere, in questo momento non ce ne sono. Va semmai rilanciata la necessità di costruire luoghi idonei all’incontro periodico fra genitori e figli; il volontariato fa il possibile per preparare questi incontri; in alcune carceri, vengono allestiti appositi spazi, pensati per la presenza dei bambini.

Non ci sono ragazze ristrette presso l’Istituto penale minorile del Pratello. Molte delle donne detenute sono sieropositive e/o tossicodipendenti: con il passaggio delle prestazioni al Servizio sanitario regionale, la situazione è migliorata, si stanno incrementando le attività di prevenzione e cura. Ma in una fase di continua riduzione dei finanziamenti, la situazione delle donne detenute va peggiorando rispetto alle opportunità di istruzione superiore, formazione professionale e attività lavorative, le forme più efficaci affinché la pena proceda a un’effettiva azione di recupero e reinserimento.

Desi Bruno ha infine riportato alcuni dati sulla situazione nei CIE, i Centri di Identificazione ed Espulsione. In quello di Modena, nel corso del 2011, sono transitate 4 donne. In quello di Bologna, invece, la presenza femminile è assai più rilevante - 45 dei 95 posti sono riservati a donne - dal primo gennaio al 10 luglio ne sono transitate 127 (41 le nigeriane, nazionalità più numerosa, 10 le cinesi, che costituiscono una novità da indagare meglio).

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Nei CIE è possibile trattenere fino a 18 mesi: la Garante ha posto il problema di come solo 4 delle 127 donne provenissero dal carcere, dunque la quasi totalità non ha commesso reati, se non la presenza irregolare sul territorio; in particolare, ci sono 45 casi di donne – spesso badanti - che hanno perso il permesso di soggiorno, insieme al lavoro, e dovrebbero essere rimpatriate verso paesi abbandonati da tanti anni e dove non hanno più relazioni.

Nell’audizione sono intervenuti i consiglieri Franco Grillini (Idv), Monica Donini (Fds), Thomas Casadei (Pd), Palma Costi (Pd), Giovanni Favia (5stelle) e Mauro Malaguti (Pdl). Al di là di sensibilità significativamente diverse, tutti gli interventi hanno posto il problema di rilanciare iniziative finalizzate ad offrire occasioni di recupero e reinserimento, con una particolare attenzione alla formazione e al lavoro.

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