Tonino Guerra porta 'in scena' l'Odissea in romagnolo

Tonino Guerra porta 'in scena' l'Odissea in romagnolo

Il primo appuntamento del 2008 con “Incontri con l’Autore” organizzata dalla Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì è fissato per giovedì alle 20.30 al Teatro “Diego Fabbri” di Forlì con uno dei maggiori poeti viventi e, nel contempo, con il più grande poeta di tutti i tempi. Protagonisti della serata saranno infatti Omero, mitico autore dell’Odissea, e Tonino Guerra, che del poema di Ulisse ha pubblicato per i tipi della Bracciali una riscrittura in dialetto romagnolo.


In dialetto perché la sua Odissea Tonino Guerra l’ha cominciata a vivere, quasi 70 anni fa, nel campo di concentramento di Troisdorf, dove iniziò a scrivere poesie in vernacolo per tenere compagnia a un gruppo di contadini romagnoli prigionieri come lui. Quelle poesie furono poi in parte raccolte, nel 1946, ne “I scarabocc”, prima testimonianza di quella produzione che sarebbe poi cresciuta fino a dare, con “I bu” del 1972, la conferma ultima della vanità di ogni distinzione tra poesia in lingua italiana e poesia dialettale sotto l’aspetto del valore letterario.


“Al lettore abituato al classicismo delle traduzioni mandate a mente fin dalla scuola – osserva Roberto Roversi nella prefazione al libro - questo credo risulti uno scossone imprevisto, uno srotolarsi di emozioni rinnovate. Perché adesso Ulisse non appare più come l’eroe mitico ma, senza perdere efficacia, niente di più e niente di diverso di un reduce scalcagnato e disperato della seconda guerra mondiale (proprio come Guerra, già citato), uscito da un lager e sbattuto qua e là dalle onde della sorte; perché Troia è l’Italia, è la linea gotica, è la Romagna devastata dalle armate che avanzano e retrocedono, e Ulisse adesso è Tonino Guerra appena liberato dalla prigionia e con la fame appena dimessa di mangiare anche le farfalle”.


“Non una traduzione – prosegue Roversi - ma il proprio cuore buttato sulla pagina per coprirla con l’ombra del ricordo. Ripeto ancora una volta: non sono più sulla spiaggia, sulla riva del mare, ma davanti ad una porta aperta di un casolare nella campagna romagnola, quasi in attesa di dare e ricevere non una palla ma una mezza pagnotta ed un bicchiere di vino. Un semplice soldato sporco e sfinito che ritorna dalla guerra. E poi Argo: è un lampo ma di stravolgente emozione. Uno traduce “Ed Argo allora lo prese il fiero destino di morte, subito dopo che ebbe veduto Odisseo dopo vent’anni”. E un altro “Ed Argo, poi ch’ebbe rivisto, dopo vent’anni, il suo caro padrone, ricadde e si stirò lungo lungo stecchito sul concio, ché la nera morte l’aveva raggiunto”.


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