Una forlivese fra i ‘paria’ palestinesi

Una forlivese fra i ‘paria’ palestinesi

Al centro con la maglia azzurra la ragazza forlivese 'protagonista' della missione

FORLI' - Una forlivese fra i "paria" palestinesi. La giovane Federica Faggioli, giunta al termine di un'incomparabile esperienza di volontariato in Palestina nell'ambito dell'Operazione Colomba, racconta 36 mesi in Cisgiordania a fianco di persone povere e disperate, stremate da 43 anni di occupazione militare israeliana. Federica, che ora riprenderà gli studi, ha già elargito alcune pillole del suo impegno il giorno di Capodanno, nel Duomo di Forlì, in collegamento via Skype da Ramallah, epilogo tecnologico della Marcia della Pace tenutasi nel cuore del centro storico.

L'Operazione Colomba è il "Corpo Nonviolento di Pace" dell'Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII.

 

Nata nel 1995, "è aperta a tutte quelle persone che vogliono sperimentare che la forza della nonviolenza è l'unica strada per ottenere una pace fondata sulla verità e la giustizia". Per tre anni Federica ha tradotto sul campo, nel villaggio palestinese di At-Tuwani, a sud di Hebron, abitato da mille persone circa, prevalentemente contadini, sotto totale controllo militare e civile israeliano, la filosofia dell'azione non violenta proposta da don Oreste Benzi: la condivisione della vita con le persone che più subiscono una guerra, la neutralità rispetto alle parti in conflitto e la stessa nonviolenza attiva, ossia "cercare sempre l'incontro con l'altro con strumenti che permettono di colpirlo nella coscienza".

 

 La prima esperienza di volontariato della giovane è stata nel 2000 con l'Avo (Associazione Volontari Ospedalieri), accanto agli anziani della Residenza "Drudi" di Meldola. Lì Federica incontra anche la Papa Giovanni XXIII, fondata dal sacerdote riminese don Oreste Benzi, e avverte il desiderio di un impegno più concreto nei confronti delle persone sole ed emarginate dalla frenetica società attuale perché non più produttive. "Mi è sempre piaciuto viaggiare, conoscere persone e culture differenti ed ho una predisposizione per le lingue straniere, così quando ho saputo delle diverse zone di missione in cui opera la Comunità Papa Giovanni XXIII, ho chiesto di poter fare un'esperienza di qualche mese e sono partita".

 

La volontaria forlivese ha condiviso tre anni di stenti con i "paria" palestinesi, arabi in gran parte mussulmani anche se non mancano i cristiano-cattolici, cercando di aiutarli nei loro bisogni più immediati, ma soprattutto riuscendo a costruire rapporti di stima e di fiducia instaurati dal basso. "Il dramma di At-Tuwani - testimonia la giovane - è che il villaggio è circondato da una cintura di insediamenti e avamposti illegali, installati da coloni israeliani negli anni Otanta, al fine di annettere la terra allo stato d'Israele".

 

Ad At-Tuwani non c'è acqua corrente e la popolazione vive in modestissime case di cemento, tutte con un ordine di demolizione da parte delle autorità di Tel Aviv. "Spesso con la complicità di alcuni soldati israeliani, i coloni hanno reso la vita impossibile agli abitanti dell'area, distruggendo le grotte, mettendo veleno nelle cisterne dell'acqua, avvelenandone i campi con sostanze tossiche, impedendo i lavori agricoli come l'aratura dei campi e la raccolta di olive, bruciando i raccolti e abbattendo alberi di ulivo, nonché attaccando fisicamente e direttamente i palestinesi".

 

Una delle conseguenze più drammatiche del conflitto è l'impossibilità per molti bambini di ricevere un'istruzione. "Circa un quarto dei minori di At-Tuwani non vanno a scuola a causa delle violenze dei coloni e delle cattive condizioni delle strade". Troppo brigoso e pericoloso superare i muri e gli steccati alzati sulla propria terra dagli occupanti con la stella di David.

 

Piero Ghetti

 

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