Una proposta culturale di grande fascino che affonda le radici nel 1938

Una proposta culturale di grande fascino che affonda le radici nel 1938

Una proposta culturale di grande fascino che affonda le radici nel 1938

Largo alla mostra "Melozzo da Forlì. L'umana bellezza tra Piero della Francesca e Raffaello" e a quanto di buono promette di offrire, sia in termini di qualità dei capolavori esposti che di visitatori. Ma onore anche "Melozzo e il Quattrocento Romagnolo", la prima grande rassegna dedicata dai forlivesi al loro massimo genio pittorico. Promossa dal Comune di Forlì "sotto gli auspici (oggi si direbbe "con il patrocinio") del Duce, della Reale Accademia d'Italia e delle Luminose Eccellenze i Ministri dell'Educazione Nazionale e della Cultura Popolare", vide la luce in pieno ventennio fascista.

 

>LE IMMAGINI DEL TAGLIO DEL NASTRO

 

Fu infatti inaugurata l'8 giugno 1938 da sua Maestà il re Imperatore Vittorio Emanuele III. Al di là dell'enfasi di rito e di regime, la rassegna, ospitata nell'ex Domus Dei, l'ospedale cittadino ubicato nel Palazzo del Merenda appena convertito in Pinacoteca, risultò di assoluto livello. Per la prima volta a Forlì e forse anche in Italia, si ricorse a prestiti di opere dall'estero: come la tela di Giovan Francesco da Rimini "Episodio della vita di San Nicola" proveniente dal Louvre di Parigi, o magari la "Madonna col bambino fra i santi Francesco e Girolamo" di Leonardo Scaletti prestata dal National Gallery of Scotland di Edimburgo. Si segnala anche un episodio gustoso occorso durante la "regale" inaugurazione: il cane della portinaia del Palazzo del Merenda, sfuggito al controllo del padrone, incappò niente meno che "nei piedi augusti del Re Vittorio Emanuele. Il custode stesso procedeva a scusarsi rumorosamente, affermando che il cane era di fede repubblicana".

 

I quotidiani del tempo non riportano la fine che fecero cane e padrone, ma si può ben immaginare. Quella poderosa rassegna ebbe successo, anche perché poté contare su un vero e proprio "jolly", qual'era la Cappella San Giacomo della quattrocentesca basilica di San Biagio in San Gerolamo, contenente il ciclo di affreschi in onore di Jacopo Feo affrescata da Melozzo da Forlì e da Marco Palmezzano per ordine di Caterina Sforza. La "Lady di Ferro" aveva così omaggiato nel migliore dei modi il giovane e affascinante castellano di Ravaldino, sposato in gran segreto per non perdere il dominio della città. L'uomo era rimasto ucciso nel 1495 in una congiura ordita contro la nobil coppia, mentre transitava in carrozza sull'attuale corso Garibaldi, all'altezza del ponte romano detto dei Morattini.

 

La reazione di Caterina, pazza di dolore, fu di una ferocia incredibile, persino superiore a quella che esibì quando, alcuni anni prima, si era vendicata di coloro che gli avevano defenestrato il marito Girolamo Riario. Ad ogni buon conto, i dipinti melozziani in San Biagio furono immortalati nello stesso 1938, su foto in bianco e nero ma di qualità inusitata, da esperti degli Studi Alinari di Firenze. Sono proprio quelle pellicole che consentono a capolavori andati perduti per sempre, di sopravvivere nella memoria l'indomani della loro cancellazione ad opera del bombardamento tedesco del 10 febbraio 1944.

 

Scrive Antonio Mambelli nei suoi Diari: "Alle 17,15 precise, alcuni aerei tedeschi comparsi improvvisamente su Forlì, sganciano quattro bombe ad alto potenziale". Uno degli ordigni sbaglia completamente l'obiettivo prefissato, la ghiacciaia Monti, convertita dagli Alleati ad ospedale militare, e centra in pieno la quattrocentesca basilica di San Biagio, annientando anche 19 povere vite, fra cui tre bimbi, un'anziana monaca clarissa, suor Giovanna, e un sacerdote salesiano, don Agostino Desirello.

 

L'anziano presbitero aveva appena celebrato messa, l'ultima della sua vita. Si trattò di un unico ordigno, ma dalla potenza devastante. L'indomani della distruzione non riuscirono a recuperare nemmeno i frammenti degli affreschi, come invece fatto ad Assisi con il San Girolamo di Giotto e i Quattro Evangelisti di Cimabue caduti al suolo con il terremoto del settembre 1997, o a Padova con gli affreschi della Cappella Ovetari del Mantegna e di Ansuino da Forlì, che furono sì bombardati nel 1944, ma sono stati ricostruiti col computer e riesposti al pubblico a partire dal 2006.

  

Piero Ghetti


Una proposta culturale di grande fascino che affonda le radici nel 1938

Commenti

Notizie di oggi

I più letti della settimana

    -
    -