Annalena Tonelli, una vita spesa per chi soffre

Annalena Tonelli, una vita spesa per chi soffre

Annalena Tonelli, una vita spesa per chi soffre

 

Ci sono persone che fanno tanto, ma lo fanno in silenzio. Così troppo spesso ci ricordiamo di loro solo per gli anniversari "speciali". In questa sezione dedicata ai personaggi storici e celebri della Romagna, sembrava dunque doveroso e etico dare spazio ad una donna che ha, in sordina e lontano dai media, reso onore alla nostra terra: Annalena Tonelli.

 

Nata a Forlì il 2 aprile del 1943, si laurea in legge e decide di spostarsi in Africa nel 1969, dopo aver fondato il Comitato per la lotta contro la fame del mondo di Forlì. Il Comitato ancora oggi ne prosegue l'opera. Si abilita all'insegnamento della lingua inglese nelle scuole superiori in Kenya. L'incontro con l'Africa, e in particolare con le popolazioni somale, la spinge a fare studi di medicina. Consegue certificati e diplomi di controllo della tubercolosi in Kenya, di Medicina tropicale e comunitaria in Inghilterra, di leprologia in Spagna.

 

Nel 1984 l'operato delle autorità del Kenya avrebbe portato allo sterminio di una tribù del deserto. Le sue denunce pubbliche impediscono il genocidio. Arrestata e portata davanti alla corte marziale, si sente dire che l'essere scampata a due imboscate non era garanzia di sopravvivere anche alla seguente. Viene uccisa a Borama, in Somalia, in un ospedale da lei stessa fondato, per mano di un ragazzo.

 

Già lo scorso ottobre, per ricordarne la tragica scomparsa, Maria Teresa Battistini, volontaria che condivise con Annalena Tonelli il primo impegno umanitario della missionaria, in Kenya raccontava: "Parlare di Annalena non è facile, soprattutto per chi, come me, ha avuto il privilegio di oltre 40 anni di amicizia e di comunione profonda". Un'affinità elettiva "divina" che, negli anni di fuoco della giovinezza, mi ha portato a condividere con lei la prima esperienza africana in Kenya.

 

L'articolo scritto da Piero Ghetti, prosegue poi in maniera magistrale un racconto-intervista denso di significato: "Era il 1965, Venticinque anni io, ventidue lei. Io insegno e lei studia legge. Sono gli anni attraversati dai grandi fermenti di rinnovamento nella chiesa del Concilio, si avverte l'esigenza di un ritorno alla radicalità del Vangelo e di un forte impegno a favore dei poveri". Annalena assolve a numerose iniziative caritative, fra cui la cura dei derelitti dell'ex caserma di via Romanello. "Qui - riprende Maria Teresa - percepisce l'urgenza di una condivisione piena con gli ultimi. Nel 1969, a 26 anni, Annalena parte per il Kenya. La raggiungo l'anno dopo e arriviamo insieme a Wajir, un piccolo villaggio nel deserto del nord est del Kenya, fra tribù nomadi, poverissime, rigidamente mussulmane". Le due missionarie iniziano a vivere quella fraternità di servizio e di preghiera che Annalena definirà il "mio paradiso in terra": "Io mi dedico a riabilitare i colpiti dalla poliomielite, lei sceglie i malati di tubercolosi. Per la passione di guarirli si butta da autodidatta sui testi di medicina, seguendo, più tardi, corsi specifici in Spagna ed in Inghilterra. Acquista una tale competenza da divenire un punto di riferimento per l'Organizzazione mondiale della Sanità, che vuole adottare e diffondere il suo metodo in tutti i paesi del Terzo Mondo".

 

Annalena è in Kenya fino al giorno del 1984 in cui un avvenimento la strappa per sempre alla sua nuova gente: l'eccidio di Wagalla. Riuscirà ad evitare un genocidio di popolazioni somale, ma dovrà andarsene. L'anno dopo l'espulsione dal Kenya riparte per la Somalia: prima Mogadiscio poi Merca: qui fa riattivare il porto in disuso da 25 anni per permettere l'arrivo di aiuti umanitari. Il paese è sempre più nel fuoco della guerra civile innescata dalla caduta del dittatore Siad Barre. "Anni orribili - racconta Maria Teresa - in cui tutti combattono contro tutti, mentre la falce della fame miete la popolazione: 1.000 bambini morti in pochi mesi". Rischia la vita ma deve andarsene nuovamente. Nel 1996, dopo un anno trascorso prevalentemente in un eremo sulle colline di Civitella di Romagna, sceglie Borama, in Somaliland per quello che sarà la parabola finale della sua esaltante esperienza di condivisione. Sino al 5 ottobre 2003, giorno della sua morte, Annalena vivrà in totale dedizione ai suoi ultimi. L'ospedale di Borama ha 200 letti: lei dorme quattro ore, gliene restano venti per stare accanto ai suoi malati. Così fino all'ultimo, a quello sparo assassino che ha letteralmente gelato il mondo. Maria Teresa Battistini apre una finestra luminosa su Annalena, la sua spiritualità, il carburante di una vita interamente spesa per i "paria" del mondo. "Io non sono né missionaria, né laica - dichiara a Forlì 3 mesi prima di morire - sono totalmente consacrata a Dio e ai poveri".

 

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"Nulla ha senso fuori dell'amore - scrive Annalena agli amici del Comitato - perché solo l'amore libera... ed allora la nostra vita diventa felicità anche nella sofferenza, perché noi viviamo nella nostra carne la bellezza dell'amore". L'angelo di Borama non cercava il martirio: "Era troppo dimentica di sé per aspirare a quella grazia: voleva solo vivere la logica sacrificale dell'amore".

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