FORLI' - ''Il lunario degli Smembri'' l'almanacco di tutti i romagnoli. Fra storia e tradizione.

FORLI' - ''Il lunario degli Smembri'' l'almanacco di tutti i romagnoli. Fra storia e tradizione.

Di Jenny Laghi

Quand’ero piccina sapevo che l’anno nuovo era alle porte, non solo perché in casa si allestiva un piccolo alberello colorato e le statuine del Presepe si disponevano attorno alla mangiatoia per ricordare la Natività, ma anche e soprattutto quando mia nonna, con la quale trascorrevo molto tempo, tornava a casa con il nuovo “Lunario degli Smembri” quel colorato calendario scritto in una lingua che ai miei occhi appariva criptica ed incomprensibile, ma che letto a voce alta da mia nonna, con il suo naturale accento fatto di storia e quotidianità svelava i suoi segreti. Quasi tutti i romagnoli, dai giovanissimi ai più anziani, conservano probabilmente nella loro memoria almeno un ricordo legato a questo almanacco che in dialetto chiamiamo “E Lunari di Smémbar”: grande quasi quanto un foglio di giornale ancora oggi molto spesso lo troviamo appeso nelle case di romagnoli e talvolta anche marchigiani.

Come ben spiega Claudio Marabini nel suo articolo ‘Il Lunario degli Smembri’ pubblicato all’interno del volume Romagna, vicende e protagonisti esso “è diviso in due parti. Quella superiore più ridotta riproduce una canzonetta in dialetto per lo più di commento all’anno andato e una vignetta satirica o burlesca ispirata alla vita degli Smembri o a qualche avvenimento politico; quella inferiore il lunario, una serie di vignette sul genere della prima, le indicazioni mensili e le predizioni di Mathieu de la Drôme, le feste mobili, il principio delle stagioni, la tavola del suono della Prima Messa del Mattutino, delle Ave Maria, della Ritirata, poi le Quattro Tempora e le eventuali eclissi”.


La prima edizione dell’almanacco risale al 1845, ancor prima dell’Unità d’Italia e senza pretese faceva una dichiarazione d’intento degli Smembri (poveri, straccioni) che si dichiaravano una società unita sotto la bandiera del fiasco: “Benevoli leggitori – così scrivevano - quali vaticini sperate voi possa lasciarvi per l’anno 1845 il nuovo Astronomo, ritrovandosi fra voi qual pellegrino, lontanissimo dai suoi lidi, e privo della sua amatissima Urania?...”

Comprendere il successo dell’almanacco degli Smembri, alla fine dell’800 e durante tutta la prima metà del ‘900 è abbastanza semplice, tuttavia capire il perché esso abbia resistito e resista indenne nell’epoca dei grani mezzi di comunicazioni, quali la televisione, internet, radio e grandi quotidiani nazionali può apparire un vero mistero.

Le ragioni profonde di questo successo (migliaia di copie sono vendute ogni anno) forse si radicano nella voglia di ognuno di noi di recuperare o talvolta trovare il legame con la terra, con le proprie origini, umili, talvolta disseminate da sciocche credenze, ma pur sempre divertenti e forse anche rassicuranti di fronte ad un futuro incerto, fumoso, fatto di preoccupazioni come la guerra, l’economia instabile, il mostro della paura che continuamente i media ci insediano in petto. Ritrovare nel divertente almanacco tanta benevola satira volgare (del vulgo) ed anche una sorta di immutata condizione delle genti nel corso dei secoli, da sempre infatti “l’almanacco, attraverso la canzonetta in vernacolo e le vignette, offre un ghiotto commento ai principali avvenimenti accorsi durante un secolo e più di storia”, crea una sorta di esorcizzazione delle preoccupazioni. Il fluire di quella lingua scanzonata, che sa di vino, terra, ma anche di tanto dolore e miseria ci fa infondo sentire più tranquilli, più consapevoli che il destino della Romagna non sempre è stato legato alla buona sorte, non sempre si è navigato con il vento in poppa eppure fin qui la civiltà è arrivata. Come sottolineato nell’interessante articolo di Marabini le origini del calendario popolare servivano ad esprimere soprattutto la frustrazione e “l’astio dei poveri verso i potenti, l’ostile indifferenza per le vicende politiche, la mancanza di una identità di redenzione, la rassegnazione” come sosteneva il bibliofilo Carlo Piancastelli, una rassegnazione ed un odio che nel corso dei secoli, dovuto ad una maggiore coscienza civica, unita ad un più alto grado di cultura e istruzione si sono trasformati in satira costruttiva, meno pungente ma altrettanto divertente. Una satira che parla dialetto e beffa la vita guardandola dal basso, con gli occhi di chi si vede ingabbiato nei meccanismi sociali.


Il cambiamento vero all’interno dell’almanacco forse avvenne alla fine della II guerra mondiale quando, dopo un lungo periodo di censura che culminò con l’edizione del ’42 scritta addirittura in italiano, solo nel ’45 tornò l’autentico “Lunari”: con clima festoso si ricominciò a parlare di vino, feste ed allegria, anche perché come scrive Marabini “la guerra ha messo tutti a un livello, tutti si sentono smembri nella miseria e nella speranza”. Questo forse è il segreto che rende ancora vivo lo spirito di questo annuario che fa parte sì della tradizione popolare, talvolta anche bucolica, della terra romagnola, ma che è fortemente caratterizzato dalla sofferenza di genti che con l’ironia e il sorriso hanno sempre saputo scacciare i loro demoni.

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