La Romagna dei mestieri, un mondo in evoluzione

La Romagna dei mestieri, un mondo in evoluzione


di Jenny Laghi

Il mondo cambia. Alcuni parlano di progresso altri di decadenza. Filosofi ed intellettuali nel corso dei secoli hanno riempito libri di teorie per cercare di carpire l’evoluzione antropologica dell’uomo e il senso della Storia, vista talvolta come un ciclico ripetersi di errori talvolta come una freccia inarrestabile verso il futuro.

Tecnologia, scienze e, nel nuovo millennio, chiaramente l’informatica hanno completamente cambiato la quotidianità dell’essere umano, apportando grandi vantaggi, ma lasciando dietro di sé un enorme vuoto di valori e tradizioni che spesso guardiamo con nostalgia. Mitizzare il passato e trasformarlo in un luogo bucolico e ameno, perfettamente in armonia, è certamente uno sbaglio, ma non lo è affatto cercare di recuperare le proprie radici, la lingua e le abitudini della terra d’origine. Non sempre la storia dei grandi avvenimenti e delle grandi imprese è l’unica da celebrare come fonte di conoscenza e saggezza.


Sembrano favole per far dormire i bambini, eppure sono passati solo 50 o 60 anni da quando, nelle campagne romagnole e nel tessuto urbano ancora in costruzione, esistevano personaggi depositari dell’arte di antichi mestieri, ormai quasi del tutto dimenticati. “Un giorno – scrive Mario Lapucci nell’articolo ‘Mestieri che andavano per le strade di Romagna – cominciarono ad apparire nelle strade di campagna grosse macchine fumanti (...). Mescolato a ghiaino sottile, il bitume veniva poi disteso sul tratto di strada fra la prima e l’ultima casa del borgo. (...) Le Strade polverose d’un tempo non potevano più sopportare la velocità delle automobili. E fu la scomparsa degli spaccapietre, di macarén “Arcurd incora i macarèn d’la gêra, asdè int i sèss e sota un paratai, long a la stré impurbieda o int la carera, cun i ucéll nigar par smurzé e’ barbai”.


La società va verso la modernità e i mestieri vengono assorbiti e trasformati dalle nuove esigenze. Il capitalismo ha originato una società prettamente consumistica, dove il costante movimento del denaro ha generato ricchezza, ma anche molteplici problemi ecologici e la totale estinzione di alcuni lavori, una volta assai spendibili nel mondo contadino, vocato al risparmio “Nessuno buttava mai via niente che potesse ancora servire – prosegue Pucci – e tanto meno i contadini. Così c’erano tipi che si guadagnavano da vivere girando per le case a riparare vasi di terracotta, di ceramica o di maiolica spaccati. Catini, brocche, vasi da notte e pentole di terracotta ricevevano le attenzioni di un 'aggiustacocci' che aveva lo strano nome di puntador (...) Faceva i buchi con un suo trapano munito di una barretta che tirata su e giù, trasmetteva, mediante un cordone attorcigliato, un movimento rotatorio alla punta metallica. Fatti i fori necessari, faceva passare attraverso di essi un filo metallico che attorcigliava e tagliava di misura con le pinze”.


Che rimane oggi sul territorio romagnolo di tutto questo? A parte i numerosi musei etnografici dove i bambini scoprono i mestieri dei loro bisnonni ed i nostalgici trascorrono ore ad immergersi nel passato, poco resta, ma è una fiammella che non vuole certo spegnersi.


Come spiega Maria Maltoni, responsabile comunicazione di CNA Forlì-Cesena, “Gli artigiani sono ancora parecchi sul territorio, ma pochissimi sono coloro che, pur appartenendo per legge a questa categoria, continuano a svolgere il mestiere come nel passato”. Calzolai, falegnami, fabbri hanno ormai trasformato i loro laboratori in piccoli centri meccanizzati, dove il lavoro manuale resta indispensabile, ma dove di certo non accade come un tempo che “il calzolaio si fermava a casa del contadino fino a che c’erano scarpe, zoccoli, ciabatte, da fare o da riparare” come ben ricorda Mario Lapucci nel suo articolo scritto per Romagna. Vicende e Protagonisti. “Un settore che invece è rimasto molto conservativo e assai legato alla tradizione – conferma Maria Maltoni – è quello dell’artigianato artistico. La provincia di Forlì-Cesena vanta di circa 80 aziende di questo tipo fra cui spiccano uno stampatore di tele romagnole, 4 laboratori di ceramica, alcuni produttori di oggettistica fatta a mano e la ditta “Fabbri” di Tredozio dove vengono ancora oggi prodotte calzature a mano, anche se per un pubblico di nicchia, legato al mondo dell’equitazione.


“Nonostante il lavoro di questi artigiani si radica nelle tradizioni più antiche della civiltà contadina – conclude Maria Maltoni – essi hanno una grande voglia di proporsi in modo moderno al pubblico, sfruttando internet e le nuove tecnologie, tanto che noi di CNA abbiamo sostenuto il progetto di creare un sito internet a loro funzionale (www.artigianatdarte.com)”. Queste piccole botteghe, sopravvissute all’avvento del XX secolo, diventano dunque il simbolo di una civiltà che si trasforma, che si adegua ai tempi ma che si ribella in modo concreto e pacifico alla globalizzazione della bellezza e della memoria.

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Nel prossimo numero cercheremo di indagare a fondo in questa realtà territoriale.



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