Letteratura romagnola: l'incubo onirico

Letteratura romagnola: l'incubo onirico

Da "L'Ortica", anno 19, luglio-dicembre 2004. Ecco il racconto di Paolo Bassi, nato dal laboratorio di scrittura creativa, tenuto da Michele Leoni.


INCUBO ONIRICO

Carta di identità

Nome: l’Innominata.

Cognome: Innominabile.

Età: tra gli “enta” e gli “anta”.

Capelli: ricci nero pece.

Occhi: enormi, giganti, avrei potuto annegarci dentro come un coglione.

Sguardo: il mio, rassegnato ad annegarmici davvero.


Era immensa, distesa su un bassopiano. I tratti del suo volto erano scolpiti sul marmo, e non nego che avrei scalpellato quel corpo tutta la notte. Volevo mascelle cascanti e tremolanti coperte di piume multicolore come quelle di un pappagallo esotico su di un trespolo che lei stessa aveva allestito ad arte sopra la mia voglia irritata dai suoi monotoni no, no, no. Mi faceva ronzare come una mosca che, scacciata via, si accanisce infastidita sulle labbra di un cadavere abbandonato, quasi voler entrare e frugare le viscere ancora calde.


Le sue natiche tozze e rotonde come due colline silenziose si spostavano oscillando ossessionate sopra due poltrone, due letti, due sedie, in due case diverse, una natia, una in un loculo allestito per consumare storie di sesso, prive di sensualità. Spesso urtavano, coprendosi di enormi lividi blu, gli angoli di un tavolo zeppi di libri dalle pagine piene di “isti”: decadentisti, dadaisti, futuristi, che a turno riempivano i suoi anni incapace di comunicare se non con le sue cosce di donna cocciuta che dischiude le valve a tutti, all’infuori di me. Ma una voce fuori campo urlava “Non avrai altro cazzo all’infuori di me!”

Il suo corpo era impegnato in ben altre litanie, provocate dagli psicofarmaci che ingoiava come una mantide religiosa, rigida, in preghiera, in attesa della povera preda, la quale non riusciva neppure a toccarle i piedi tanto veloci e rapidi erano i suoi amplessi.

Io, avrei voluto accarezzarli, quei piedi, ma il mio destino era ben altro: osservarla da lontano, guardarla con le lenti di un binocolo rovesciato, mentre il blu e il bianco e il rosa sbiadito roteavano insieme al suo godimento di staccare moderne marchette all’incontrario...

Sembrava un giustieziere ossessionata di punire il mondo e se stessa. Se ne stava sola a tette tese distesa come una pentola dimessa sopra la tolda di un veliero corsaro.

Vedevo l’Innominata sudare freddo, in balia di un’ira sorda, di una collera furibonda che le deformava viso e corpo. Impossibile toccarla; si sarebbe rivoltata come una cagna pronta a difendere i suoi piccoli indifesi, o come un dentista menefreghista che si accanisce a tormentare un povero dente cariato. Se mi fossi avvicinato i miei polsi sarebbero diventati violacei e sanguinanti sotto le sue unghie grifagne. Inutile calmarla meglio mandarla alla malora, in preda alle sue dolorose contraddizioni, con la bocca piena di schiuma rabbiosa e gli occhi cerchiati di rosso fuoco. All’improvviso le vidi tirare una corda che penzolava dal cielo e sprofondare negli Inferi.

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