Romagnoli celebri: Guido Cagnacci

Romagnoli celebri: Guido Cagnacci

In occasione della mostra dedicata al pittore santarcangiolese Guido Cagnacci, che inaugurerà domenica 20 gennaio presso i Musei San Domenico di Forlì, proponiamo il primo appuntamento della rubrica dedicata alla scoperta delle personalità celebri della Romagna.


La vita di Guido Cagnacci, così come la sua personalità, è in un certo senso avvolta in un'aurea di mistero, in effetti pochi imprecisi dettagli sono giunti a noi sui suoi spostamenti e ancor meno sugli ultimi anni della sua vita. E' uno dei grandi pittori del Seicento italiano, sicuramente una delle personalità più intriganti ed importanti della Romagna, sua terra natale.


La sua importanza, però, è stata dimenticata per secoli fino al 1959 quando, dopo un'esposizione bolognese di aritisti emiliano-romagnoli del '600, l'opera del Cagnacci causò forte impressione nel pubblico e nella critica, meritandosi a pieno titolo un ruolo rilevante nel barocco italiano.


Nella prima fase della sua attività si notano un’impronta caravaggesca e motivi del Guercino che Cagnacci seppe tradurre con personale fantasia inserendosi nella corrente del barocco romano. Di questo periodo sono le opere ancora presenti a Rimini, Forlì, Cesenatico e Sant’Arcangelo. Nell’ultima epoca, quella del suo soggiorno viennese, dal 1657 al 1681, Cagnacci eseguì opere di vera novità pittorica e grande sottigliezza, riprendendo in parte i motivi della sua prima educazione pittorica.


Nasce a Santarcangelo di Romagna il 13 gennaio del 1601 e muore a Vienna 62 anni dopo, alla corte dell'Imperatore Leopoldo I. La sua formazione di artista comincia a Bologna, infatti in un atto notarile del 1643, come riporta il volume a lui dedicato "Cagnacci" a cura di Daniele Benati e Marco Bona Castellotta, si legge "Guido era stato mantenuto dal padre a Bologna per quattro anni affinché apprendesse l'arte del pittore e che a questo scopo aveva compiuto, sempre a spese del padre, due viaggi a Roma, il secondo dei quali nel 1621".


Le sue prime opere artistiche sono legate all'arte sacra, nel 1627 infatti gli viene commissionata la decorazione della "nuova cappella della Compagnia del santissimo Sacramento nella Chiesa Parrocchiale di Saludecio" ma poi si scopre, sempre seguendo il filo della storia attraverso i documenti che, nel 1628 il Cagnacci "risulta in «contumace», bandito da Rimini, per ordine del Governatore” per essere fuggito con una nobildonna riminese (Teodora Stivivi vedova Battaglini), con la quale aveva scambiato anche una promessa di matrimonio. Pare che intervenne persino la buon costume per aver osato sfidare le leggi sociali ed essersi avvicinato ad una nobile.


Da questo momento il Cagnacci smette di lavorare sul territorio riminese e, grazie alla protezione di monsignor Bernardino Bettini, nel 1634 gli viene commissionata la pala con San Giuseppe e Sant’Egilio per la Chiesa di Santa Croce a Santarcangelo. Sempre grazie all’appoggio di Bettini lavora nel 1636 al quadro raffigurante al Maddalena per l’altare maggiore della Chisa delle monache benedettine di Urbania.


Passano da questo momento altri cinque anni di silenzio storico, in cui, sempre secondo gli studiosi Benati e Bona Castellotta, Guido Cagnacci non lascia tracce di sé, fino al ’41 quando “compare a Forlì davanti al notaio Dando Dandi per stipulare con i fabbricieri della Madonna del Fuoco il contratto per la decorazione della loro cappella, nel Duomo di Forlì”. Sappiamo per certo che il pittore romagnolo era in quegli anni ritenuto un grande artista: “reputato et stimato… più d’ogni altro idoneo e sufficiente a fare detta opera” si mormorava in quel di Forlì.


Il suo continuo peregrinare si fa sempre più intrigante infatti, nonostante godesse in Forlì dell’appoggio di molti gentiluomini fra cui Giovanni Merlini, Valeriano Morettini, Giuseppe Albicini, fra il ‘44 e il ‘45 si allontana improvvisamente dalla città per spostarsi e lavorare prima a Cesena e poi a Faenza. La ragione di questo improvviso cambiamento si trova nelle parole della lettera scritta al Marchese Giuseppe Albicini “…se bene sia stato scritto contro la mia persona, la verità si saprà, e sono state genti di Forlì; ma ogni cosa rimetto in Dio. Non sarò più di fastidio”.


Nella città di Faenza il Cagnacci intesse una proficua amicizia con la famiglia Spada, in stretto contatto con la corte pontificia, mirando forse ad entare nelle grazie del Papa, Innocenzo X. “Con il soggiorno faentino, cioè con gli anni 1647-48, sembra aver termine l’attività romagnola del pittore, che dopo qualche anno ritroviamo a Venezia”.


Gli autori della monografia “Cagnacci” a questo punto della ricostruzione della sua vita, anzi si potrebbe quasi dire epopea, azzardano un ipotesi che sembra abbastanza convincente: “Il bando di Rimini inflittogli intorno al 1627, la tentata fuga «romantica» con la Stiviv nel 1628, l’improvviso allontanamento da Forlì nel 1645, per sfuggire a diffamazioni e minacce (sembra), il tentativo certamente fallito di entrare nelle grazie del Papa tramite gli Spada, sembrano indizi di una vita irregolare, ancor più che disordinata. L’uscita definitiva delle Legazioni ed il rifugio a Venezia potrebbero significare la necessità di sottrarsi ad un castigo temuto, o certo”.


Da qui la sua vita cambia radicalmente, così come la sua pittura, dalla terra natale, in cui era conosciuto e stimato, Cagnacci passa all’ambiente veneziano, culturalmente vivace ma ricco di personalità già affermate. Sulla sua epoca veneziana si sa molto poco tranne che visse una decina d'anni e si fece un buon nome, tanto da suscitare l'invidia dei colleghi ed un invito alla corte imperiale di Vienna, della cui ospitalità poté godere solo per un paio d'anni: abbastanza, tuttavia, per lasciarvi alcuni raffinati capolavori, tra i quali il ritratto dell'imperatore Leopoldo I.


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