Tradizioni romagnole, il dialetto

Tradizioni romagnole, il dialetto

Di Jenny Laghi

 

FORLI' - Mentre la globalizzazione, con i suoi aspetti positivi e negativi, si impone con forza nel mondo moderno, tanto occidentale come orientale e fa proferire a noi italiani frasi come "andiamo a farci un hamburger" o "mi sono comprato l'I-Pod", si profila all'orizzonte il rischio di dimenticare le nostre origini, il substrato linguistico (e ci sforziamo per non dire background) che ha nutrito la nostra cultura e che è figlio degli usi e costumi della nostra terra: il dialetto romagnolo, lingua madre di ogni cittadino della Romagna nato prima dell'avvento del fascismo e della successiva diffusione della televisione. Entrambi i fattori hanno contribuito ad imporre un idioma uniforme a tutti gli abitanti della penisola italiana, fenomeno che ha avuto molti aspetti positivi ma che ha finito con lo schiacciare i dialetti. Oggigiorno, generazione dopo generazione, essi si stanno perdendo nel caos post-moderno, non solo della nostra lingua ufficiale, ma soppiantati dall'inglese - americano che fa, per dirlo a modo loro, molto fashion.

 

Il dialetto romagnolo, simbolo vero di un popolo che patisce le classificazioni per luoghi comuni quali Sangiovese, liscio e piadina, ha antiche origini neolatine ma vi si rivelano anche evidenti influenze della lingua celtica ed influssi delle parlate germaniche e dei Franchi.

Friedrich Schurr, un linguista austriaco che a lungo ha studiato il nostro dialetto, afferma che il fatto storico che gli conferì i caratteri distintivi fu il lungo isolamento politico della Romagna, durante il periodo dell'Esarcato a Ravenna. Esso assunse così la sua specificità rispetto ai dialetti del resto della zona padana sotto il dominio longobardo e, viaggiando attraverso i secoli, nelle sue numerose varianti che ancora oggi lo differenziano persino fra Forlì e la vicinissima Ravenna, è arrivato a noi come lingua del folclore, dell'oralità, come un patrimonio che si è arricchito della nostra stessa terra, dei suoi usi, dei suoi costumi. Il dialetto romagnolo, oltre ad essere un importantissimo strumento di comunicazione delle persone più anziane, è anche un mezzo espressivo che sta morendo, una "lingua" che abbiamo l'obbligo di mantenere viva perché porta con sé i fossili dell'antropologia romagnola.

 

A proposito di dialetto romagnolo vorrei ricordare il mio incontro, avvenuto qualche hanno fa presso la Pro Loco di Terra del Sole, con Conti Socrate, appassionato cultore del nostro vernacolo che all'epoca si impegnava a mantenere vivo il dialetto, attraverso la sua collaborazione con le scuole, nel tentativo di ridare vigore alla tradizione linguistica che da sempre ha contraddistinto i romagnoli ed il loro carattere aperto e scherzoso.

 

La sua ricchissima esperienza all'interno delle scuole, come maestro di una lingua ormai completamente sconosciuta ai ragazzi, mi ha conferito un dato assai interessante,  sul quale occorrerebbe riflettere: circa il 90% degli alunni delementari e medie, non capisce assolutamente nulla in dialetto e inoltre, anche quei pochi bambini che attraverso la vicinanza dei nonni hanno una comprensione sommaria del romagnolo, presentano difficoltà fonetiche molto forti, non riescono cioè a riprodurre i suoni caratterizzanti di questo, soprattutto quelli nasali eredità dei nostri "cugini" francesi .

 

Altro elemento fondamentale della comunicazione dialettale, che si sta veramente perdendo, è dato dalla sfera pragamatica, ovvero l'insieme di alcuni fattori esterni al significato vero e proprio di un enunciato, quali la gestualità, l'intonazione della voce, i giochi ironici fra la polisemia delle parole "I ragazzi - mi raccontava Socarate parlando della sua esperienza come traduttore di piccole opere teatrali realizzate a scuole - che anche quando i bambini hanno imparato a memoria la loro parte o alcune delle storielle che racconto loro, le ripetono con un tono piatto, inespressivo, non mettono l'accento sulle parole chiave, il loro volto rimane inalterato e così quello che stanno dicendo non ha alcun senso, l'ironia non si coglie ed e lì entro in gioco io, che devo riuscire farli diventare più..., come dire...RÔMAGNÔL!"

 

Ritornando con la memoria a quel pomeriggio, trascorso in compagnia di Conti, non posso far altro che sottolineare quale trsistezza provo per  la nostra lingua orale che ci stia sfuggendo, non dalle mani, come direbbe il proverbio, ma dalle orecchie! Le nuove generazioni stanno perdendo un contatto importante con la loro cultura, con la loro storia. Tornare indietro e ricostruire ciò che ora stiamo lasciando andare sarà poi un processo difficile ed artificiale.

 

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Se voleste partecipare alla disquisizione sul dialetto romagnolo potete farlo scrivendo a redazione@romagnaoggi.it, potremmo incontrare nuovi spunti di riflessione.

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