Tre vini doc di Romagna

Tre vini doc di Romagna

All'interno della nostra rassegna sui vini romagnoli, parlandovi di tre vini non Doc, ottenuti da vitigni autoctoni che hanno tutte le carte in regola per ottenere buoni risultati nel campo dell'enologia romagnola.

 

Iniziamo con il Lanzesa, vino ottenuto dall'omonimo vitigno a bacca bianca.

Le sue origini, secondo alcune ricerche effettuate dal prof. Donati dell'Università di Udine, si possono far risalire al 1300  rendendolo uno tra i più antichi vitigni bianchi della Romagna. Sembra che in passato fosse offerto come vino di qualità da offrire all'ospite e spesso veniva utilizzato anche nelle cerimonie. Successivamente fu tralasciata la vinificazione in purezza e questo vitigno fu utilizzato quasi esclusivamente come uva da tavola.

 

Agronomicamente il vitigno ha molta vigoria e necessita di molte attenzioni, essendo un vitigno difficile da gestire e questo probabilmente è stata una delle cause che ne hanno decretato l'abbandono, inoltre in passato era molto sensibile allo oidio. L'uva del Lanzesa difficilmente marcisce, poiché presenta un grappolo molto compatto; inoltre il vino ottenuto si presenta molto strutturato e con una gradazione naturale di circa 11,5 gradi. La prima descrizione ampelografica e le prime prove di microvinificazione sono state condotte dalla dottoressa Marisa Fontana del C.R.P.V. di Tebano. Purtroppo non ci sono ancora dati precisi sui risultati vinicoli che si potrebbero ottenere dare questo vitigno, in quanto manca una esperienza di produzione su larga scala.

 

Nel territorio faentino, e precisamente nei dintorni della torre di Oriolo, da qualche anno è stato riscoperto Savignon Rosso/Centesimino, così chiamato in onore del sig. Pianori, detto Centesimino, che per primo lo individuò fra i suoi filari.

 

La scoperta avvenne negli anni '50 Oriolo dei Fichi (nei pressi di Faenza), quando Pietro Pianori detto scoprì nel suo fondo alcune viti di questo vitigno simile all'Alicante (molto presente in zona), ma che produceva un vino totalmente diverso. All'inizio si pensava che questo vitigno fosse un tipo di Alicante, dato che si trovano spesso insieme nei filari, ma le valutazioni ampelogarafiche condotte dal CRPV di Tebano, hanno escluso che si possa trattare dell'Alicante e le analisi degli isoenzimi svolte dall'Ispervit di Conegliano, hanno confermato che si trattano di due vitigni diversi. L'analisi del DNA effettuata dall'istituto di San Michele all'Adige ha permesso di verificare che Alicante del faentino e Savignon rosso sono identici a 15 loci, pertanto si può presumere che si tratti della stessa varietà, anche se dal punto di vista ampelografico non si può affermarne un'identicità, e i vini che si ottengono sono molto diversi. Non è da scartare l'ipotesi che vede le marze originali provenire da una stessa vite scampata alla fillossera perché conservate entro le mura di un giardino nel centro storico di Faenza. Nonostante il nome Savignon Rosso, non è da confondere con il Sauvignon rouge francese.

 

Per finire, possiamo spendere ancora una volta due righe per parlare del Burson, ottenuto da Uva Longanesi, vitigno autoctono di Bagnacavallo.

La storia di questo vitigno autoctono romagnolo è millenaria e sembra che la sua origine sia nell'antica pineta di Classe. La "scoperta" e l'individuazione di questa particolare pianta la si deve al sig. Antonio Longanesi (soprannominato Bursôn) di Bagnacavallo che negli anni venti notò in un vecchio filare del suo fondo una pianta che manteneva la sua fragranza intatta fino ai primi di novembre. Negli anni '60 la vite venne moltiplicata, furono compiute osservazioni accurate e fra le caratteristiche principali, si notò la gradazione straordinariamente elevata per un prodotto di pianura (13°/14°). Esami approfonditi hanno appurato che il vitigno è il risultato di una ibridazione spontanea avvenuta in tempi antichi e che presenta una identità propria e ben definita.

 

Nel ‘99 il vitigno ottiene il riconoscimento ufficiale, viene iscritto con il nome di Uva Longanesi nel catalogo nazionale delle varietà di viti ed è inserito tra i vitigni autorizzati per le province di Ravenna, Forlì/Cesena e Bologna. L'enologo Sergio Ragazzini iniziò ad ampliarlo anche alle zone della collina romagnola con risultati molto interessanti in quanto le rese da 150 quintali per ettaro in pianura, passarono a 80-90 quintali per ettaro.

 

Nel 1998 nasce il consorzio "Il Bagnacavallo" con lo scopo di valorizzare i prodotti tipici locali. La presenza sul territorio del comune di Bagnacavallo di un vitigno autoctono fortemente legato con la storia del territorio e dalle caratteristiche agronomiche pregevoli, hanno fatto del Bursôn la punta di diamante del consorzio per sfondare verso mercati non solo prettamente locali.

Il vitigno, si presenta forte, robusto e vigoroso, senza problemi di adattamento. Il suo vigore gli deriva dalla sua storia selvatica che lo hanno reso molto resistente e difficile da attaccare da malattie. Sopporta senza particolari problemi, sia le gelate tardive che la siccità. Non è sensibile alle principali crittogame, ha una buona tolleranza alla peronospora ed è mediamente tollerante nei confronti della botrite e dello iodio. Indagini ampelografiche del germoglio della foglia e del grappolo sono state condotte dalla CRPV di Tebano.

 

Il Bursôn è oggi prodotto in due varianti: di annata e riserva. Entrambi i vini presuppongono un passaggio in barrique, di 6 mesi per l'annata e di 18 mesi per il riserva. Ricerche effettuate dall'enologo Ragazzini, hanno fatto ricadere la scelta su barrique con doghe di legni franco- austriaci, ritenute le migliori per questo tipo di vino.

 

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Mauro Manaresi

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