Così la nuova Emilia Romagna: "incertezza sulle risorse"

Da nove a quattro Province e una Città metropolitana. È la nuova fotografia dell’Emilia-Romagna che emerge dall’ipotesi di riordino territoriale

Da nove a quattro Province e una Città metropolitana. È la nuova fotografia dell’Emilia-Romagna che emerge dall’ipotesi di riordino territoriale approvata a grande maggioranza dal Consiglio delle autonomie locali (Cal) lo scorso primo ottobre e fatta propria dalla giunta Errani. Ne ha parlato Simonetta Saliera, vicepresidente dell'esecutivo regionale, alla commissione Bilancio, affari generali e istituzionali dove è iniziato l’esame della proposta del nuovo assetto che, secondo quanto previsto delle recenti norme nazionali, dovrà essere inviata al Governo entro il prossimo 24 ottobre, dopo l’approvazione da parte dell’Assemblea legislativa.

Ecco come si prefigura la nuova composizione territoriale della regione: dall’accorpamento delle tre attuali province di Ravenna, Forlì-Cesena e Rimini nascerà un’unica ‘Provincia di Romagna’; le province di Reggio Emilia e Modena verranno accorpate in un’unica ‘Provincia di Reggio Emilia e Modena’, come pure le attuali province di Parma e Piacenza che daranno vita a un nuovo e unico ente. Nessun cambiamento è invece previsto per la Provincia di Ferrara dal momento che rientra nei parametri di popolazione e di territorio previsti dalle norme del Governo. Un percorso a parte è quello della Provincia di Bologna, che verrà abolita di fronte alla futura Bologna città metropolitana.

“La Giunta ha fatto propria la proposta del Cal”, ha riferito Saliera, rendendo merito “al lavoro di sintesi raggiunto dalle autononie locali pur nei tempi ristretti previsti dalla norma”. “Il nostro – ha poi sottolineato – è l’unico territorio che ha risposto in modo concreto all’esigenza di riordino diminuendo in modo consistente il numero delle Province in un accordo sostanziale tra i diversi enti locali”. La vicepresidente ha quindi rilanciato il tema al centro del processo di riordino delle province e che riguarda la determinazione delle funzioni delle nuove realtà territoriali che implicherà anche un ragionamento sull’impiego del personale delle attuali amministrazioni provinciali. In tutto questo, Saliera non ha nascosto le preoccupazioni per l’incertezza che grava sulla questione risorse. “Al momento – ha detto – siamo di fronte a tagli certi e a nessuna assicurazione sui finanziamenti che verranno assegnati ai nuovi enti e a chi dovrà gestire le funzioni trasferite dalle vecchie province. Temiamo ricadute per il mantenimento dell’attuale livello dei servizi e anche per il personale”.

Nel dibattito seguito all’informativa della vicepresidente, Andrea Leoni (Pdl), dichiarandosi favorevole al riordino territoriale, ha annunciato la presentazione di emendamenti alla proposta della Giunta per cambiare le denominazioni previste per le due nuove province di “Reggio Emilia e Modena” e di “Piacenza e Parma” rispettivamente in “Modena e Reggio Emilia” e in “Parma e Piacenza”. L’inversione dei nomi dei capoluoghi, ha sostenuto, si giustifica in diversi modi, a partire dal fatto che Modena e Parma rappresentano le realtà con maggiore estensione e numero di abitanti rispetto agli altri due capoluoghi e di fatto posseggono i requisiti minimi richiesti dalla norma per non essere soggette al riordino.

In proposito, Mauro Manfredini (Lega nord) ha chiesto chiarimenti sulla scelta delle denominazioni delle Province e si è pronunciato a favore degli annunciati emendamenti. Di avviso contrario Fabio Filippi (Pdl) che ha invitato a non fare “discussioni inutili” e ha invece evidenziato un “problemino” sulla provincia di Ferrara che con i suoi 353.725 abitanti supera di poco il limite dei 350 mila richiesto dalla norma. Anche per Marco Monari (Pd) non è di competenza dell’Assemblea legislativa un dibattito sul tema delle denominazioni delle nuove Province che deve rimanere appannaggio delle realtà locali. Marco Barbieri (Pd) ha evidenziato la positività di un risultato che in altre regioni non sono riusciti a raggiungere. Si tratta di un inizio di percorso – ha detto - che andrà misurato in itinere per trovare punti di equilibrio che stanno non tanto nel nome delle nuove province, ma nelle funzioni.

Stefano Cavalli (Lega nord) ha sollecitato l’avvio di un percorso partecipato sulle funzioni e sulla distribuzione dei diversi presidi sul territorio perchè non ci siano penalizzazioni. Roberto Montanari (Pd) ha espresso soddisfazione per il lavoro di sintesi raggiunto dal Cal e ha invitato a fare attenzione a non rincorrere l’opinione pubblica. Gli stessi cittadini d’accordo sull’abolizione delle province e dei relativi costi possono essere al contempo contrari quando vengono interpellati sul proprio territorio.

Per Stefano Bonaccini (Pd) la proposta individua “la scelta più equilibrata possibile”. Superato il riordino geografico, la discussione va adesso indirizzata sul livello di governance evitando il centralismo regionale. Centrale il tema delle Unioni dei comuni che dovranno gestire le funzioni. Andrea Defranceschi (M5stelle) ha chiesto se la proposta uscita dal Cal è vincolante e se esiste un’indicazione politica della Regione sul riordino. Gabriele Ferrari (Pd) infine ha parlato di “lavoro serio e approfondito”, e tuttavia “non sufficiente sul piano generale” dove sarebbe necessario da parte delle Stato avviare una riforma complessiva che coinvolga anche le Regioni e i Comuni, dove persistono realtà con un numero di abitanti molto basso.

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